La morte di Aldo Moro e la fine della politica come comprensione dell’altro. Il confronto tra Chiti e Matulli nel primo appuntamento promosso da Tv Prato e Toscana Oggi

La domanda è di quelle «impossibili»: cosa sarebbe successo se Moro non fosse stato rapito? Hanno provato a rispondere due politici di lungo corso, Giuseppe Matulli e Vannino Chiti, che negli anni Settanta militavano nei due principali partiti italiani: Democrazia cristiana e Partito comunista. «Se il presidente della Dc non fosse stato rapito e ucciso, semplicemente sarebbe continuata la politica, perché la morte di Moro ha fatto finire la politica come la intendeva lui – afferma Matulli, ex sottosegretario ed ex parlamentare –, la sua strategia era basata sull’analisi, sulla comprensione della realtà attraverso l’ascolto dell’altro, di chi non la pensava allo stesso modo, ben sapendo che anche nel pensiero degli avversari c’era un frammento di verità che a lui era sfuggita». Per Vannino Chiti, senatore Pd fino alla passata legislatura, ex ministro e per otto anni presidente della Regione Toscana «Moro per la Dc era come Berlinguer per il Pci, incarnava fiducia e responsabilità. Era un leader con una prospettiva, un progetto – la terza fase – e come Berlinguer sapeva che essere leader non significa imporre ma coinvolgere il popolo che a lui si rivolge se si vogliono raggiungere gli obiettivi prefissi».

Il dibattito tra Matulli e Chiti ha rappresentato il primo incontro promosso da Tv Prato e dal settimanale Toscana Oggi per ricordare la figura umana e politica del grande statista a quarant’anni dal suo rapimento e dalla sua morte per mano delle Brigate Rosse dopo la tragica prigionia durata 55 giorni. L’appuntamento, il primo di tre previsti, si è tenuto ieri sera, venerdì 11 maggio, al teatro Borsi e ha visto una ottima partecipazione di pubblico. Segno che la voglia di incontrarsi, riflettere, dibattere e capire la politica è ancora molto sentita.

il direttore di Tv Prato Gianni Rossi, Vannino Chiti, Giuseppe Matulli e il giornalista Mauro Banchini

In due ore di incontro, stimolati dalle domande del giornalista Mauro Banchini e dai pensieri di Moro letti sul palco dal direttore del Borsi Daniele Griggio, i due ospiti si sono confrontati su alcune scelte di ieri viste con gli occhi di oggi: allora tutti eravamo per la linea della fermezza, col senno di poi possiamo dire sia stata la scelta giusta? Leggendo le lettere scritte durante la prigionia abbiamo sempre detto: quello non era Moro. Ne siamo ancora sicuri?
Matulli ammette che «guardandola con gli occhi di oggi è chiaro che la scelta della fermezza nel non voler trattare con le Br sia stata una cosa sbagliata. Ma allora il sentimento prevalente, da parte di tutti, era la paura ed eravamo consapevoli della debolezza dello Stato». Chiti si chiede: «Si poteva salvare Moro? Io dico di no. L’obiettivo delle Br era la distruzione pubblica e fisica del presidente della Dc. Voglio però ribadire che ad uccidere Moro non sono stati Berlinguer, Zaccagnini, La Malfa e Paolo VI ma le Brigate Rosse. Nel ’78 venivamo da dieci terribili anni di terrorismo, non si poteva cedere e dare un riconoscimento politico ai brigatisti». E sulle lettere entrambi affermano: «siamo stati crudeli a non voler riconoscere nelle lettere la lucidità e i ragionamenti di Moro, pur scritte in condizioni di prigionia. Il fratello di Moro lo ha sempre detto, forse prima di formulare quei giudizi avremmo dovuto ascoltare il parere dei familiari».

Qual è la lezione che oggi ci dà il pensiero politico di Moro? «Non c’è niente di più inattuale – ha detto Matulli – e non mi pare che al momento ci siano le basi per recuperare quella stagione. Il problema di oggi non è solo italiano. C’è la politica della rabbia, la delusione generale che ha portato negli Stati Uniti all’elezione di Trump e in Francia a votare la Le Pen. Vedere e capire le diversità di vedute, come faceva Moro, non è una modalità della politica attuale». Concorda Vannino Chiti: «serve ritrovarsi dentro valori condivisi e occorre saper approfondire senza superficialità. Questo manca alla politica, che parla solo con tweet e sceglie la via facile della battuta senza competenza sulle tematiche. Servono dialogo e rispetto, altrimenti la politica diventa arroganza, sopraffazione e guardarsi alla specchio».

I prossimi appuntamenti del ciclo. Nel corso della serata sono stati fatti molti accenni alle verità dette e non dette del caso Moro e ai risultati delle indagini compiute dalla ultima commissione parlamentare d’inchiesta sulla vicenda. E il presidente di quella commissione, l’onorevole Giuseppe Fioroni, sarà l’ospite del prossimo incontro di questo ciclo, intitolato: «Aldo Moro, l’uomo, la storia, i misteri». Fioroni sarà al Borsi venerdì 18 maggio alle ore 18 per presentare il libro che ha scritto assieme alla giornalista Maria Antonietta Calabrò, «Moro, il caso non è chiuso. La verità non detta», edito da Lindau. Chiude il ciclo il confronto tra il professor Guido Formigoni, autore di una significativa biografia dello statista, e mons. Gastone Simoni, vescovo emerito di Prato ed esperto di dottrina sociale della Chiesa. Saranno al Borsi martedì 29 maggio alle ore 21,15. Gli incontri sono aperti a tutti e a ingresso libero.

G.C.

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