Mostro di Firenze, nuovo scoop del regista Paolo Cochi: ritrovata una perizia di 30 anni fa mai diffusa VIDEO

Alla vicenda del Mostro di Firenze si aggiungono nuovi capitoli. Il caso di cronaca nera più intricato della storia italiana continua a far discutere e dal passato riemergono elementi importanti destinati ad alimentare nuovi misteri ma anche a chiarire alcune situazioni. Autore di queste nuove rivelazioni è ancora una volta Paolo Cochi, regista e documentarista romano autore di pubblicazioni e reportage dedicati agli otto duplici delitti del Mostro.

Nel corso della presentazione del suo ultimo lavoro, il doppio dvd «La zona oscura», un viaggio nei luoghi dove sono state assassinate le coppie, Cochi ha annunciato di essere venuto in possesso della perizia compiuta sullo straccio rinvenuto nell’abitazione di Salvatore Vinci, l’ultimo indiziato della cosiddetta pista sarda. Il 30 luglio 1984, all’indomani dell’omicidio di Vicchio, dove il Mostro uccise Pia Rontini e Claudio Stefanacci, i carabinieri si recarono a casa di Vinci per compiere una perquisizione. Qui trovarono in un armadio uno straccio all’interno di una borsa. Su questo pezzo di stoffa c’erano tracce di sangue e polvere da sparo. In quel periodo il giudice Rotella era convinto che il serial killer facesse parte dell’ambiente dei sardi, responsabile anche del primo duplice delitto della serie: quello avvenuto a Signa nel 1968, dove morirono Barbara Locci e Antonio Lo Bianco. I fratelli Vinci, Francesco e Salvatore, entrarono nelle indagini, furono arrestati ma poi uscirono di scena. Il primo morì, assassinato e bruciato all’interno della sua auto nel 1993, il secondo ha fatto perdere le sue tracce dal 1988, il giorno dopo l’assoluzione nel processo in cui era imputato per l’omicidio della prima moglie.

Il risultato della perizia sul famoso straccio non è mai stato reso noto fino a ieri, mercoledì 5 settembre. All’Art Hotel di Prato, dove si è tenuto un convegno sulla vicenda del Mostro, Paolo Cochi ha mostrato gli screenshot della perizia. Secondo quanto rilevato dagli esperti sullo strofinaccio ci sono tracce ematiche risalenti a epoche successive appartenenti a persone diverse e le macchie di polvere da sparo contengono antimonio, bario e piombo. Con questa ultima informazione Cochi è andato da periti balistici chiedendo se i proiettili calibro 22 winchester serie H, ovvero quelli utilizzati in tutti e sedici gli omicidi, contenessero quegli elementi. «Mi hanno detto chiaramente che l’antimonio non è assolutamente presente in quel tipo di proiettili – spiega Paolo Cochi ai microfoni di Tv Prato – quindi possiamo dire che sì, quello straccio sporco di sangue ha contenuto una pistola ma non era quella del Mostro».

 

La pagina della perizia dove si fa riferimento alla composizione chimica ritrovata sullo straccio

 

I guai giudiziari di Salvatore Vinci e i suoi collegamenti con l’inchiesta del Mostro di Firenze terminano il 13 dicembre 1989, quando il giudice Rotella chiude definitivamente la pista sarda con una sentenza-ordinanza in cui dichiara di non dover procedere nei confronti dei fratelli Vinci, Giovanni Mele e Piero Mucciarini (altri due indiziati). Ma l’estraneità di Salvatore Vinci non ha mai convinto del tutto gli inquirenti e la fuga all’estero, probabilmente in Spagna, e la sua irreperibilità sarebbero considerate sospette. Oggi Cochi sembrerebbe aver chiuso definitivamente il discorso su questo filone di indagine.

 

 

 

 

La lettera anonima su Pacciani. All’incontro erano presenti anche il giornalista Umberto Cecchi, già direttore del quotidiano La Nazione ed esperto della vicenda per averla seguita ai tempi degli omicidi, e Arturo Minoliti, comandante dei carabinieri di San Casciano, l’uomo che ha arrestato Pacciani e ha partecipato alla maxi perquisizione nell’orto del contadino di Mercatale. Quella dove fu rinvenuta la prova regina a suo carico: il bossolo di proiettile calibro 22. Anche su questo versante delle indagini, quelle più note e che hanno portato a delle condanne, Cochi è scettico. Sempre nel corso dell’incontro il regista romano ha mostrato una lettera anonima datata 18 novembre 1991, spedita a Fioravanti, avvocato di Pacciani e al quotidiano La Nazione. Una missiva nella quale si annunciava, cinque mesi prima, la possibilità che qualcuno potesse aver sotterrato nel giardino di Pacciani la pistola o una parte di essa per incastrarlo. La lettera è stata ritrovata questa estate da Cochi e anche questa è destinata a far discutere. Ieri Cochi ha chiesto conto a Umberto Cecchi se quella lettera fosse effettivamente arrivata al quotidiano e del perché non sia stata pubblicata e nemmeno ripresa quando i fatti annunciati si sono puntualmente verificati.
«Ricordo quella lettera – dice Cecchi – ma ricordo anche che in quel periodo in redazione ne arrivavano 150 al giorno. Ognuno aveva il suo omicida, con tanto di nome, cognome e indirizzo. Non potevamo pubblicarle. Anche perché se ricordate bene due persone si sono suicidate perché accusate di essere il Mostro». Minoliti ha parlato di «ritrovamento fortuito, se è stato messo da qualcuno – ha affermato – non possiamo saperlo. Per me è stato sincero, chiaro e pacifico». L’ex carabiniere, oggi in pensione, è lo stesso che nel 1998 fu registrato e filmato a sua insaputa dal giornalista Mario Spezi. Durante quella intervista Minoliti disse di nutrire molti dubbi sulla genuinità delle prove contro Pacciani. Per quelle dichiarazioni, poi pubblicate in un noto libro di Spezi, il carabiniere è stato trasferito e indagato (poi la sua posizione fu archiviata). Ieri Minoliti ha preferito sorvolare su questo episodio dicendosi ancora profondamente segnato.

 

La lettera spedita al quotidiano La Nazione il 18 novembre 1991 in formato pdf

 

Giacomo Cocchi

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