Illegalità nel distretto, artigiani e sindacati chiedono incontro a Di Maio: “A Prato la legge non si applica”. Gli industriali non firmano il documento

Una lunga lettera indirizzata al vicepremier e ministro del Lavoro Luigi Di Maio per illustrare il sistema di illegalità e sfruttamento del lavoro presente “in modo sempre più virulento” nel tessile-abbigliamento di Prato e chiedere un incontro finalizzato a mettere a punto forme di contrasto più efficaci. Il documento è firmato dalle associazioni artigiane Cna e Confartigianato e dai sindacati tessili Cgil, Cisl e Uil, ma non da Confindustria Toscana Nord, che pure ha condiviso altre battaglie in nome della legalità e stavolta si è sfilata dall’iniziativa. “Forse negli industriali c’è una sensibilità diversa sul tema” gli unici commenti che artigiani e sindacalisti, interpellati sul caso, si sentono di fare sull’assenza pesante di via Valentini. Da Confindustria Toscana Nord si sottolinea che il tema del contrasto all’illegalità è condiviso, ma non lo sono state le modalità che hanno portato alla stesura e alla firma del documento.
Nella lettera a Di Maio, che sarà recapitata alla vigilia del quinto anniversario del rogo alla Teresa Moda, si ricordano il Piano Lavoro Sicuro e i protocolli che negli ultimi anni sono stati sottoscritti in Prefettura e che hanno portato, su sollecitazione delle categorie economiche e delle parti sociali, ad affinare i controlli interforze, attraverso la condivisione delle banche dati degli organi ispettivi, per interventi mirati.

“I controlli sono ora più efficaci – è scritto nel documento di sindacati e artigiani – e sempre più spesso individuano ditte fantasma o con altissime percentuali di lavoratori completamente a nero. E spesso le aziende controllate vedono l’immediata sospensione dell’attività produttiva. Malgrado questo, però, in base alle norme in vigore, riprendono a lavorare dopo poche ore o, al massimo, il giorno dopo. Un esempio per tutti: una stireria già chiusa per lavoro nero e sfruttamento della manodopera clandestina è stata subito riattivata grazie a una prestanome e richiusa dopo pochi giorni con l’arresto sia della ex titolare che della prestanome, che liberate il giorno dopo, hanno subito ripreso l’attività per la terza volta. È evidente che qualcosa non funziona. Perché se l’INPS avesse contestato la responsabilità solidale al committente della stireria (cioè al proprietario effettivo delle maglie da stirare trovate in azienda), questa non avrebbe più avuto le commesse per lavorare una volta chiusa dalle autorità. E perché se fosse stato contestato alla titolare lo sfruttamento lavorativo (date le pene previste) difficilmente si sarebbe trovato una prestanome pronta a subentrare per continuare a produrre illegalmente”.

Due dunque gli strumenti di legge, di cui viene chiesta applicazione: il primo è la responsabilità solidale del committente, in questo caso i ricchi pronto moda orientali che stanno proliferando al Macrolotto, e che potrebbero essere chiamati a pagare stipendi e contributi dei lavoratori a nero di stirerie e confezioni. “Lo diciamo da anni: laddove la responsabilità sociale di impresa viene fatta valere, ad esempio nel distretto calzaturiero marchigiano – sottolinea Massimiliano Brezzo, segretario Filctem Cgil – si sono ottenuti risultati, mentre a Prato nonostante una sentenza del Tribunale e una pronuncia della Corte Costituzionale, questa legge non si applica. Perchè non viene applicata da parte dell’Inps pratese?” chiede Brezzo.
La seconda legge di cui si chiede applicazione è il nuovo 603 bis del codice penale, ovvero la nuova disciplina del reato di caporalato che prevede la pena da 1 a 6 anni per il datore di lavoro che impieghi manodopera in condizioni di sfruttamento, approfittando dello stato di bisogno del lavoratore, anche in assenza di violenza o minaccia.

“Noi pensiamo che quanto fatto dai firmatari del Protocollo per il ripristino del lavoro dignitoso e della legalità a Prato non abbia eguali in Italia – è scritto nella lettera a Di Maio – in quanto ha prodotto un Piano di Intesa tra gli organi preposti al controllo che ne ha cambiato l’approccio, a tutela dei lavoratori e di tutte quelle aziende del settore che operano correttamente e sono messe a rischio dal sistema illegale e dalla concorrenza sleale. Malgrado ciò il sistema illegale continua a sfruttare i lavoratori e a produrre ricchezza e le norme previste per il contrasto e la deterrenza non trovano applicazione. Non è chiaro se per mancanza di volontà politica, per l’inefficacia delle procedure o per l’indicazione degli obiettivi. Certo è che il sistema non viene contrastato. Per questo i firmatari del Protocollo si mettono a disposizione del Ministero per collaborare a un contrasto efficace del sistema e chiedono che Prato diventi laboratorio per la sperimentazione di procedure più efficaci per l’applicazione delle leggi esistenti in materia. In particolar modo la responsabilità solidale e lo sfruttamento lavorativo. Sarebbe non solo un bel modo di onorare la memoria di chi è morto a causa di questo sistema nell’imminenza del quinto anniversario, il primo dicembre prossimo, dei sette morti nel rogo della Teresa Moda ma anche rendere merito alle centinaia di imprese che quotidianamente operano nella legalità dando lavoro a migliaia di persone”.

LEGGI LA LETTERA INTEGRALE CHE SARA’ INVIATA AL VICEPREMIER DI MAIO

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