Scoperta la porta dell’inferno raccontata da Malaparte: è una grotta in Galceti

Da dove è passato Dante per andare all’inferno? Ma da Prato naturalmente! Curzio Malaparte ne era certo e in alcune storie poco note lo ha scritto chiaramente: la porta dell’Ade si trova nella città che gli ha dato i natali e precisamente in Galceti.

L’esatta ubicazione della grotta – narrata in testi come Le avventure di un capitano di sventura (1927), Toscana immaginaria (1936), Giochi davanti all’Inferno (1937), Il dorato sole dell’Inferno etrusco (1956), oltre naturalmente a Maledetti Toscani (1957) – è stata individuata dopo una attenta ricerca dall’associazione «Curzio Malaparte pratese nel mondo», fondata e presieduta da Walter Bernardi.

E questo sabato, 18 luglio, vigilia dell’anniversario della morte del grande scrittore pratese, i membri dell’Associazione porranno una targa di ceramica realizzata dall’artista Mattia Crisci proprio sull’entrata della grotta dell’inferno. Saranno presenti l’assessore comunale alla cultura Simone Mangani, il direttore del Centro di Scienze Naturali Marco Morelli, il parroco di Figline don Giuseppe Billi e il presidente dell’Associazione malapartiana Walter Bernardi.
L’appuntamento è alle ore 10 nel giardino pubblico ai piedi della grotta, di fianco alla Bardena e all’adiacente via Malaparte. Sì, la strada più vicina alla grotta è proprio via Curzio Malaparte, ma si tratta di un caso fortuito. L’intitolazione avvenne nel 1978, «Ma senza saperlo, era stata fatta una mscelta azzeccata – spiega Bernardi – perché Galceti è stato, insieme a Coiano e Santa Lucia, alle Sacca e Spazzavento, a San Rocco e Bachilloni, uno dei luoghi più vicini al suo cuore, dove aveva ambientato alcuni dei suoi racconti più belli».

 

 

Ecco alcuni passaggi del racconto nel quale Malaparte descrive la grotta dell’inferno.
«La memoria dei pratesi vuole che per la strada di Figline si scenda all’Inferno. Dante è passato di lì, lungo la Bardena: la selva selvaggia è la pineta di Galceti». «Alcuni anni or sono un barrocciaio di Coiano, che io ho visto e conosciuto da vicino, entrò una volta in una cava di marmo verde abbandonata da secoli, proprio sotto la terza gobba del Monferrato, presso Figline, e n’uscì col viso bruciato, mezzo cieco e sordo, ammutolito dallo spavento. Si chiamava Agenore. Dal suo cappello, trovato sotto un sasso all’entrata di una cava di marmo verde, in fondo alla pineta di Galceti, si capì ch’era sceso all’Inferno, tutto vestito e con i piedi nelle scarpe, come Orfeo».

«Quella grotta esiste ancor’oggi – conclude Walter Berbardi – ovviamente, ma non è un anfratto naturale come pensava Malaparte né una cava di marmo dismessa: è il residuo di un saggio di ricerca mineraria effettuato nel corso dell’Ottocento per verificare se nelle viscere del Monteferrato ci fossero depositi di rame. Tentativo infruttuoso e lasciato cadere. Così come nel corso del tempo si è persa, anche tra i pratesi, la memoria di questo bellissimo racconto di Malaparte».

Oltre alla cerimonia dell’apposizione della targa commemorativa sono in programma altre due iniziative per ricordare Curzio Malaparte. Venerdì 17 luglio, alla Casa del popolo di Coiano viene proiettato il film «La Pelle» di Liliana Cavani, e domenica 19 luglio, alle ore 9 è in programma la tradizionale cerimonia della deposizione della corona di alloro sulla tomba di Malaparte, a Spazzavento, organizzata dall’assessorato alla cultura del Comune di Prato.

 

G.C.

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