Aziende cinesi, la Regione vuole allargare i controlli ma intanto a Prato mancano gli ispettori del lavoro ed emergono nuovi illeciti

Un concorso nel 2017 per assumere a tempo indeterminato tecnici della prevenzione e rendere ordinario il piano lavoro sicuro varato dalla Regione all’indomani della tragedia di via Toscana. È quanto ha annunciato il coordinatore del progetto Renzo Berti in una seduta congiunta delle commissioni comunali sicurezza e sviluppo economico. L’obiettivo della giunta Rossi è quello di estendere il ventaglio dei controlli, finora limitati alle condizioni di sicurezza dei luoghi di lavoro nelle aziende cinesi e alla verifica della conformità dei macchinari e degli impianti elettrici, della presenza di dormitori, abusi edilizi e bombole di gas.
Ma per ampliare lo spettro dei controlli occorrerà fare i conti con il sottodimensionamento di apparati dello Stato nella nostra provincia. Proprio con le carenze di organico della direzione territoriale del lavoro di Prato, ad esempio, si spiegano le poche verifiche congiunte con i tecnici Asl alle aziende cinesi: gli ispettori del lavoro si sono affiancati soltanto 264 volte, contro le 1274 presenze a Firenze, dove il profilo del lavoro nero viene verificato in pratica quotidianamente.

Berti ha presentato i dati dei primi 20 mesi di controlli degli ispettori regionali: a Prato sono state ispezionate 2898 aziende. Soltanto il 22,1 per cento erano in regola, mentre il 77,9% hanno subito multe e prescrizioni. La maggior parte degli imprenditori cinesi, l’83% preferisce pagare e mettersi in regola. E dei 4,9 milioni di multe incassate nell’area metropolitana, ben 2,8 sono arrivati da Prato.

Durante la seduta il dirigente della Asl Toscana Centro Mauro Margheri ha illustrato i nuovi fenomeni di illegalità emergenti nel sistema economico cinese: la trasformazione di bar e ristoranti in veri e propri centri di cottura di portata industriale per la consegna dei pasti nelle fabbriche, la ricerca di alloggi non più dentro le fabbriche-dormitorio ma in magazzini o locali annessi e la compravendita di falsi attestati di formazione in materia di sicurezza nei luoghi di lavoro con la compiacenza di centri gestiti da italiani.

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