Caporalato nelle campagne del Chianti, arrestato il boss pakistano: stava preparando la fuga all’estero

Lo hanno arrestato nel “suo” regno, a poche decine di metri dai giardini di via Marx. Gli stessi giardini in cui, ogni mattina all’alba, reclutava braccianti immigrati e profughi da spedire nelle vigne del Chianti per quattro euro all’ora. E’ finito così, in manette, il 38enne pakistano, boss del caporalato “Made in Prato”.

“Numbar Dar” – il capo villaggio – aveva già programmato la fuga all’estero, sicuro di eludere i controlli e farla franca. Invece le pattuglie della Digos e della Polizia stradale lo seguivano da giorni, monitoravano spostamenti e contatti. L’uomo si sentiva braccato, ma era deciso a lasciare l’Italia. Gli ultimi crediti da riscuotere, poi con ingenti somme di denaro avrebbe detto addio alle vicende giudiziarie che lo vedono indagato – assieme ad altre 11 persone – nell’inchiesta della Procura di Prato, indagine condotta dalla Digos in collaborazione con Polizia stradale, Corpo Forestale dello Stato e Guardia di Finanza.

Nel mirino degli inquirenti, lo sfruttamento di centinaia di immigrati e richiedenti asilo, disposti a lavorare fino a dodici ore al giorno nei campi, per di più sottopagati: tutto, per avere una busta paga e il rinnovo del permesso di soggiorno. Un giro d’affari stimato in parecchie decine di migliaia di euro al mese, che venivano per lo più spedite in Pakistan. A dare una mano al boss, incensurato fino a qualche anno fa, ci pensavano tre professionisti pratesi e alcuni amici connazionali, che impartivano ordini nei campi e alimentavano il giro della manodopera clandestina. Solo il coraggio di due profughi, ospiti in Santa Caterina, ha permesso di denunciare gli aguzzini e dare il via alle indagini, grazie al fondamentale contributo dell’Opera Santa Rita che per prima aveva notato le anomalie del caso.

Quando lo hanno arrestato, il “capo villaggio” era in compagnia di altri pakistani: ha ammesso le proprie colpe e ha confermato di voler lasciare il territorio nazionale. Forse, per raggiungere la moglie, da mesi irreperibile e anche lei indagata dalla magistratura. Il provvedimento di fermo è stato emesso dal sostituto procuratore Antonio Sangermano. Ora il pakistano si trova nel carcere della Dogaia, lontano da quelle terre in cui guadagnava successo e denaro sulla pelle dei più deboli.

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