Processo via Ciulli, la difesa di Frasconi: “Evento eccezionale e altri enti si sarebbero dovuti attivare”

E’ alle fasi finali il processo per la morte delle tre donne cinesi annegate sei anni fa nell’allagamento del sottopasso di via Ciulli per effetto della tracimazione del torrente Vella. Oggi era il giorno della difesa dell’ingegner Lorenzo Frasconi, per il quale il pubblico ministero Lorenzo Gestri ha chiesto una condanna a due anni per omicidio colposo plurimo. L’avvocato Olivia Nati (nella foto) ha chiesto il proscioglimento del suo assistito al termine di un’arringa di oltre tre ore nella quale ha argomentato i punti salienti della difesa: l’assenza di una posizione di responsabilità del Frasconi in ordine ai sistemi di sicurezza che il Comune avrebbe dovuto adottare per scongiurare la tragedia, l’eccezionalità delle piogge del 5 ottobre 2010, la non prevedibilità dell’evento e l’evitabilità del medesimo, connessa ad interventi che altri enti, la provincia in primis, avrebbero dovuto eseguire.

All’epoca dei fatti, Frasconi era a capo dell’ufficio mobilità del Comune, ma la manutenzione delle strade – ha sottolineato il legale – spetta ad un altro ufficio comunale: il servizio gestione rete stradale e qualità spazi pubblici. “Nessuno si è mai confrontato con questo magma di competenze all’interno dell’amministrazione comunale. Alcune posizioni le abbiamo perse nel corso delle indagini preliminari. E i poteri impeditivi dell’evento si attribuiscono al solo Frasconi, quasi fosse stato il sindaco” ha detto l’avvocato Nati.

Il legale ha poi citato le testimonianze dei tecnici della protezione civile che hanno riferito come quella notte si sia verificata “la precipitazione più gravosa mai registrata nella zona”, con tempi di ritorno superiori ai 200 anni. La difesa ha negato che ci fosse consapevolezza della criticità idraulica del Vella nella zona di Narnali, ridimensionando la portata di tre precedenti allagamenti del sottopasso (uno dei quali ricondotto ad un black out elettrico delle pompe), episodi mai provocati dall’esondazione del torrente. Lo stesso progetto avviato da Comune e Genio Civile per costruire una cassa di espansione a nord, nella zona di Gacetello in cui inizia il tombamento del Vella – ha sottolineato l’avvocato Nati – era finalizzato a scongiurare allagamenti in loco, a Galcetello, e non avrebbe portato nessun beneficio a valle, dove si è consumata la tragedia.

Il legale difensore di Frasconi ha poi tirato in ballo anche le competenze della Provincia: “Se anche in quegli anni, non dico Frasconi, ma il Comune avesse mai avuto una segnalazione di criticità, come si sarebbe attivato? Avrebbe inserito dei semafori. Ma tutti i rigetti dei giudici alle istanze di dissequestro del sottopasso presentate successivamente alla tragedia dal Comune certificano che il sistema semaforico non è uno strumento impeditivo idoneo a scongiurare in futuro eventi come quelli del 2010. L’unico intervento efficace da questo punto di vista è un intervento che governa le acque e nel momento in cui si dice che il Vella è classificato come acqua pubblica e non è parte del sistema fognario, l’obbligo impeditivo davvero efficace gravava non sul Comune ma sulla Provincia, che per la legge vigente all’epoca aveva compiti di pulizia idraulica, di pronto intervento idraulico e di tutore delle acque pubbliche”.

La sentenza è attesa per il 15 dicembre: alla sbarra, oltre a Frasconi, ci sono anche Stefano Caldini, tecnico di Ferrovie per lo Stato e direttore dei lavori per la costruzione del tunnel, Sandro Gensini, direttore di Asm e Paolo Berti, dipendente di Trenitalia. Per questi ultimi due, il pm ha chiesto il proscioglimento; 2 anni la pena richiesta per Caldini.

Dario Zona

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