La Chiesa di Prato difende «il lavoro degno» e si schiera a fianco degli operai pachistani nel riconoscimento dei loro diritti

La Chiesa di Prato si schiera a fianco degli operai pachistani che da mesi stanno scioperando per il riconoscimento del diritto a un lavoro degno. Il documento, sollecitato dal vescovo Franco Agostinelli e scritto dall’Ufficio diocesano per la pastorale sociale e del lavoro diretto da Michele Del Campo, è stato pubblicato integralmente sulle pagine pratesi dell’ultimo numero del settimanale Toscana Oggi.

«Non è ammissibile far lavorare i dipendenti, chiunque essi siano, 12 ore al giorno. È inammissibile non rispettare le paghe contrattuali, frutti di accordi tra sindacati e imprenditori che sono costati sacrifici a tutti e che stabiliscono delle regole comuni di convivenza. Non è concepibile nella Prato moderna uno sfruttamento ottocentesco che si è superato con tanti sacrifici da parte dei nostri padri – si legge nella nota –. Le differenze culturali che possono esistere e che possono produrre modelli di organizzazione dell’impresa e del lavoro non possono prescindere dal rispetto dei contratti, della legalità come sentimento comune per vivere in armonia nel nostro territorio».

Il 10 novembre 2015, durante la sua storica visita a Prato, papa Francesco definì come «un cancro» da combattere lo sfruttamento umano e lavorativo all’interno di alcune aziende dove si verificano «condizioni inumane di vita». Da quelle parole e dall’invito del Santo Padre alla città a stabilire «patti di prossimità» per non rassegnarsi a quelle «che sembrano difficili situazioni di convivenza» è nato un percorso intrapreso dalla Chiesa pratese attraverso l’incontro e il dialogo con le istituzioni cittadine e le associazioni di categoria. Adesso proseguito con questa netta presa di posizione: «Togliere il lavoro alla gente o sfruttarla con lavoro indegno o malpagato o come sia, è anticostituzionale».

 

 

Nel documento si fa riferimento alla figura dell’imprenditore, quello «che sfrutta, che licenzia, che tratta i lavoratori come un oggetto è come quel padrone descritto nel Vangelo che pensando di aver sistemato tutte le sue cose non pensò alla giustizia divina». Però si sottolinea anche come non manchino «tanti imprenditori che sono amici della gente, della comunità locale, dei lavoratori», dai quali occorre prendere esempio.

Per tutti questi motivi: «la Chiesa pratese non può che schierarsi con il sofferente, con l’umiliato, con il povero e oggi questi si manifesta nei lavoratori pachistani che stanno scioperando per la loro dignità.
La Pastorale sociale e del lavoro, la Chiesa denuncia l’ingiustizia che si sta perpetrando verso i lavoratori pachistani che è simile al povero «venduto per un paio di sandali» (Amos 2,6).
La Pastorale sociale e del lavoro, la Chiesa invita e sostiene i sindacati per dare voce a chi non ce l’ha, a smascherare i potenti che calpestano i diritti dei lavoratori più fragili, a difendere la causa dello straniero, degli ultimi, degli «scarti».
La Pastorale sociale e del lavoro, la Chiesa valuta l’urgenza di arrivare a un contratto che definisca i diritti e i doveri dell’imprenditore e dei lavoratori affinché si cooperi per evitare chiusure culturali, etniche e per affermare la dignità del lavoro che passa attraverso il riconoscimento del giusto salario, del giusto orario di lavoro, del giusto riposo».

L’invito finale è quello di lavorare tutti insieme a «un nuovo patto sociale umano e interculturale, un nuovo patto sociale per il lavoro nel territorio pratese, che metta al centro i diritti del lavoro su cui fondare una convivenza basata sulla reciprocità, sulla legalità, sul rispetto, come previsto dalla nostra Costituzione».

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