Comprò stele romana ad una mostra antiquaria, collezionista pratese perde in appello: l’opera torna alla Turchia

Tornerà alla Repubblica di Turchia la stele di marmo romana del terzo secolo dopo Cristo con iscrizioni in lingua greca, che fu sequestrata nel 1995 ad un collezionista pratese. L’uomo dichiarò di averla acquistata per 9 milioni e mezzo di lire ad una mostra antiquaria di Arezzo. A seguito delle indagini dei Carabinieri del nucleo della Tutela del patrimonio culturale, fu indagato per ricettazione, ma il processo non vide mai la luce e nel 2006 il gip del Tribunale di Prato constatò la prescrizione del reato e dispose la confisca della stele. Da quel momento è partita una lunga battaglia legale in sede civile tra il collezionista pratese e la Repubblica di Turchia, assistita dall’avvocato Luca Brachi, per tornare nella disponibilità del bene (nella foto sotto).

Nel 2012 il Tribunale di Prato dà ragione al collezionista riconoscendogli la proprietà dell’opera d’arte e ne ordina la restituzione; in forza di questo provvedimento il giudice delle esecuzioni penali accorda la restituzione, senza avvertire la controparte, che presenta opposizione e ottiene l’annullamento. Si arriva così all’attuale sentenza di secondo grado con cui la Corte di Appello di Firenze capovolge il giudizio del Tribunale di Prato: la stele è di proprietà della Turchia, a cui l’opera deve tornare a fronte del pagamento di un equo indennizzo, previsto dalla Convenzione di Parigi, fissato in 23.000 euro.
La sentenza è adesso appellabile per Cassazione da entrambe le parti.

Il valore della stele è assai superiore all’indennizzo riconosciuto: 70 mila euro secondo una consulenza tecnica d’ufficio effettuata nel corso del procedimento giudiziario.
Le ricerche svolte sia dagli esperti nazionali che stranieri per conto della Repubblica turca dimostrano l’appartenenza della stele al tempio di “Apollon Axyros” che, si trova tra i paesi Saraycık-Gökveliler nella provincia di Demirci, del capoluogo Manisa.

Secondo le indagini della Turchia, l’opera fu trafugata e portata in Germania da un contrabbandiere turco, di cui si sospetta il legame con i “lupi grigi”; poi trasferita in Svizzera, citata nel memoriale di un pentito trafficante di beni culturali, per passare poi in Inghilterra e infine in Italia, battuta per 1800 sterline inglesi da una nota casa d’aste. La stele, sempre secondo le indagini, non è mai stata dichiarata in entrata e in uscita presso gli uffici doganali. I carabinieri della Tutela del Patrimonio culturale avevano poi sequestrato presso l’abitazione del collezionista pratese certificati di garanzia, taluni riempiti ed altri in bianco, senza trovare traccia di documenti fiscali che attestassero la compravendita del bene.

Nel perorare la causa per la Repubblica di Turchia, l’avvocato Brachi ha richiamato sentenze della Cassazione, la legislazione internazionale, fra cui la Convenzione UNESCO sulla Protezione dei beni culturali mondiali e le norme italiane e turche sulla protezione dei beni culturali, che presentano molte similitudini per epoca di vigenza (il 1906 per la Turchia; il 1909 per l’Italia), e per la disciplina di diversi aspetti, dalle attribuzioni in proprietà, alle sanzioni per acquisizioni ed esportazioni illecite, fino ai regimi probatori, per cui chi vuole vantare la proprietà di beni archeologici deve fornirne la prova, posta la presunzione di proprietà statale di ogni bene che provenga dal sottosuolo e che abbia valore culturale.

Dario Zona

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