La frenata del distretto nel 2019: -2,4% la produzione tessile, per la prima volta rallentano anche le confezioni

L’andamento della produzione dell’industria di Prato nei primi 9 mesi del 2019 porta, rispetto allo stesso periodo del 2018 un segno uniformemente negativo. Lo rileva Confindustria Toscana Nord nella relazione di fine anno. Male il tessile, -2,4%, una contrazione che sconta le difficoltà della fase a valle e che appare distribuita sia nella filiera dei tessuti che dei filati, con significativi riflessi sulle lavorazioni conto terzi.
Brusca frenata anche per l’abbigliamento, rappresentato per lo più dal comparto delle confezioni e pronto moda cinesi, che dopo anni di crescita consistente fanno registrare un -3,1%, quando ancora lo scorso anno si era chiuso con un +7,4% di produzione.
Non sorprende invece il -2,8% della meccanica, che ha la sua principale componente nel meccanotessile: i motivi sono il forte rallentamento dell’economia mondiale che colpisce l’export e il confronto con anni che hanno visto una forte crescita del settore anche grazie al rinnovamento del parco macchine delle aziende clienti, incentivate dalle misure Impresa 4.0.
Quanto all’edilizia, i primi 9 mesi del 2019 segnano una sostanziale conferma dell’andamento registrato nel 2018: pressoché stabile il numero di aziende e addetti; in lieve incremento le ore lavorate. Notizie quindi relativamente positive per un settore che dal 2008 a Prato si è ridotto a meno della metà, passando da 699 a 321 aziende e da 2452 a 1096 addetti.
I segni meno nella produzione tra Prato – Pistoia e Lucca sono comuni all’andamento del manifatturiero italiano. “Di anno complicato” parla il presidente di Confindustria Toscana Nord Giulio Grossi. “Il fatto che l’andamento locale sia leggermente migliore rispetto al dato nazionale – afferma Grossi – dice che ci stiamo battendo bene ma, appunto, che di battaglia si tratta, in un quadro internazionale incerto e stagnante e dovendo fare i conti con fattori di contesto nazionali e locali che ci lasciano insoddisfatti”. Infrastrutture, fisco, costi energetici, gestione dei rifiuti alcuni dei nodi irrisolti. Secondo il presidente di Confindustria Toscana Nord “i problemi ambientali legati alla gestione degli scarti di lavorazione non si risolvono rimandando norme end of waste assolutamente necessarie; e tantomeno si gestiscono al meglio i rifiuti in quasi totale assenza, in Toscana, di impianti di termovalorizzazione. Se questi ultimi ci fossero, allevierebbero un po’ anche gli oneri altissimi rappresentati da quella autentica palla al piede dell’industria italiana che sono i costi energetici, che riusciamo solo parzialmente a contenere attraverso le attività consortili”.

Per quanto riguarda la pressione fiscale Giulio Grossi si esprime così: “Nelle conferenze stampa della fine del 2018 presentammo i risultati di un nostro sondaggio sulle imprese socie riguardo al carico fiscale che si prospettava nel 2019: la maggioranza di queste riteneva che, fra sgravi da un lato e incrementi dall’altro, si andasse verso un’accentuazione del carico. E’ troppo presto per capire se avevano ragione ma intanto sono arrivati i risultati per il 2018 del rapporto ‘Paying Taxes 2020’ realizzato dalla Banca Mondiale e da Pwc. Fra carico, pari al 59,1% dei profitti commerciali, e oneri burocratici l’Italia si piazza al 128esimo posto sui 190 paesi esaminati, in peggioramento rispetto al 2017 quando era 116ma. La nostra associazione è fortemente impegnata nella promozione del rispetto della legalità: le tasse vanno pagate ed è giusto che sia sanzionato chi non lo fa, mantenendo un opportuno equilibrio fra profilo amministrativo e penale, che non può e non deve essere presunto a priori. In ogni caso il carico fiscale sulle imprese non può essere oneroso come quello italiano, perché così si finisce col danneggiare chi produce ricchezza a vantaggio dell’intero paese”.

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