Decreto governo, migliaia di lavoratori a casa: “Solo il 10% del distretto pratese potrà continuare l’attività”

Migliaia di lavoratori del tessile – da oggi, o al più tardi da giovedi prossimo – resteranno a casa a seguito del decreto del governo che ha chiuso le attività produttive non essenziali. Sulla base dei codici merceologici Ateco, Confindustria ha fatto il conto delle aziende che potranno rimanere aperte: a Prato sono soltanto il 14% delle ditte manifatturiere, che occupano il 13% degli addetti; ma i dati relativi al distretto tessile, che include anche comuni limitrofi del fiorentino e del pistoiese, sono ancora inferiori: soltanto il 10%  delle imprese (e il  12%  degli addetti) potranno continuare a lavorare. 

Sono più alti i dati delle altre province associate in Confindustria Toscana Nord: a Lucca rientra nei codici Ateco autorizzati all’apertura il  40%  del manifatturiero (56%  degli addetti); a Pistoia il  29%  del manifatturiero (32%  degli addetti). 

Per quanto riguarda i servizi alle imprese il dato è pressoché uniforme per le tre province e indica nel  47%  il numero delle attività aperte, corrispondenti al  50%  degli addetti.

E’ possibile che la percentuale effettiva delle imprese che rimarranno aperte sia a regime leggermente più alta: il decreto prevede la procedura della comunicazione al prefetto da parte delle imprese incluse nelle filiere a servizio dei settori indicati come essenziali, imprese che quindi, attraverso questa dichiarazione, sono equiparate a quelle essenziali. Con queste imprese aggiuntive, tuttavia, si arriverebbe a pochissimi ulteriori punti percentuali. 

“Noi imprenditori di Confindustria Toscana Nord siamo sgomenti  e fortemente preoccupati  come tutti gli italiani  per i  decessi e  i  contagi da coronavirus – commenta il presidente  di Confindustria Toscana Nord  Giulio Grossi  -. Non  a caso abbiamo lavorato  e investito per mettere a punto misure di sicurezza in grado di tutelare al meglio la salute dei nostri dipendenti e di noi stessi. Se pensassimo che lavorare nei nostri stabilimenti possa mettere a repentaglio la salute  di qualcuno saremmo i primi a voler chiudere. Ma non  lo pensavamo prima del decreto e non lo pensiamo adesso che il decreto c’è, recepisce fortunatamente molte delle osservazioni che avevamo formulato in attesa della sua stesura definitiva ma comunque impone la chiusura a una quota molto consistente delle nostre imprese.  Da cittadini responsabili ci adeguiamo alla legge ma rimane una fortissima preoccupazione per il futuro.  Lucca e in minor misura Pistoia riescono a salvare una parte discreta delle proprie aziende grazie al fatto che  alimentare,  carta, meccanica per la carta, farmaceutica  e plastica rientrano fra le imprese essenziali; la situazione di Prato, intesa come provincia e  ancor più  come distretto tessile, ci dà il senso di un intero territorio letteralmente messo in ginocchio e che  non trarrà verosimilmente grandi benefici  nemmeno  dalla riconversione, necessariamente limitata, verso la produzione di mascherine e dispositivi  di protezione.  Il dramma economico che si profila per il nostro Paese è evidenziato da un recente rapporto Cerved, secondo il quale le imprese italiane potrebbero perdere fino a 650 miliardi di fatturato nel 2020-21. Severo l’allarme di Cerved Rating Agency secondo cui   se l’emergenza non si arrestasse entro l’anno, un’azienda  italiana  su dieci fallirebbe.  Anche il nostro territorio non sfugge a queste prospettive di inaudita gravità, con prospettive economiche e occupazionali disastrose”.

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