Etiopia e Eritrea, terre amate e martoriate. L’apprensione dei pratesi per la crisi nel Corno d’Africa

Una guerra invisibile combattuta dentro Paesi invisibili. Non sappiamo molto di quello che sta avvenendo nelle ultime settimane in Etiopia e in Eritrea, stati africani storicamente legati all’Italia e da tempo in amicizia con la nostra Diocesi, che in quei luoghi ha dato vita a numerosi progetti umanitari.

C’è apprensione all’interno della Caritas diocesana e tra le associazioni pratesi Shaleku, Chebì e Madonna della Fiducia. Queste ultime da vent’anni hanno un rapporto stretto con l’Eritrea, nazione tra le più povere dell’Africa guidata da una terribile dittatura militare. In questi giorni da Prato sono partite molte telefonate per sapere se le suore Figlie della Carità e le Figlie di Sant’Anna, presenti nei due Paesi, stanno bene e se hanno bisogno di aiuto. «È difficilissimo mettersi in contatto con loro, sia per telefono, sia con internet. Lì hanno grossi problemi con l’energia elettrica», dice la direttrice della Caritas diocesana Idalia Venco che conosce bene l’Etiopia e l’Eritrea. Per due estati, nel 2018 e nel 2019, dei giovani pratesi, guidati proprio da Idalia nel primo viaggio e da padre Matteo Pedrini insieme a Giulio Bellini nel secondo, hanno lavorato nel villaggio di Mokonissa per aiutare la popolazione, messa alla prova dalla mancanza di acqua potabile.

 

 

Ma cosa sta succedendo in Etiopia e in Eritrea? La crisi è precipitata nelle ultime settimane e il centro dello scontro è nella regione del Tigray (conosciuta anche col nome di Tigrè), uno spicchio di Etiopia conosciuto a livello internazionale per il commercio del sesamo. In quella zona stiamo assistendo a un forte esodo di profughi che stanno abbandonando le loro case e si stanno dirigendo verso il Sudan. Come sempre avviene durante i conflitti sono i civili a pagare il prezzo più duro all’interno della violenta guerra civile che sta insanguinando l’Etiopia. La situazione è scoppiata per il mancato svolgimento delle elezioni nel Tigray originariamente previste nel mese di agosto. La decisione, presa dal Governo centrale ha scatenato le proteste del Governo locale ed è scoppiata la rivolta. I contendenti sono da una parte il primo ministro etiope Abiy Ahmed Ali (vincitore del premio Nobel per la pace nel 2019) e lo Stato federale del Tigray, guidato dal Tplf, sigla che significa fronte di liberazione del Tigray, l’organizzazione che è stata nel 1991 tra i maggiori artefici della caduta del dittatore Menghistu. Lo scorso 14 novembre lo scontro è uscito dalla regione, i «ribelli» avrebbero bombardato le città di Bahir Dar e Gondar, nella regione di Amhara. Gondar e il villaggio di Mokonissa sono i luoghi dove si stanno realizzando i progetti portati avanti dalla Caritas.

Oltre ad aver sconfinato regione il conflitto è andato oltre raggiungendo il Sudan – dove stanno arrivando migliaia di profughi – e l’Eritrea. Sabato scorso i razzi del Tplf sono stati lanciati anche contro la capitale eritrea Asmara e gli osservatori pensano che l’obiettivo sia quello di «internazionalizzare» il conflitto. Secondo alcune fonti i soldati eritrei stanno combattendo a fianco degli etiopi contro i «ribelli» e questo ha scatenato la reazione di cui sopra. Questo allargamento è preoccupante perché rischia di destabilizzare l’interno Corno d’Africa e di peggiorare la già grave situazione in Eritrea.

Avvenire, uno dei pochi media italiani a seguire costantemente quanto avviene nei Paesi poveri del mondo, scrive delle feroci persecuzioni alle quali sono costretti i cristiani eritrei. Lo scorso anno su queste pagine avevamo dato conto del sequestro da parte del Governo di oltre 20 centri medici a gestione cattolica. Lo scorso 27 novembre, Avvenire parlava di 70 persone arrestate a Keren nel mese di giugno e obbligate ai lavori forzati. Erano tutti fedeli dell’ultima chiesa rimasta aperta nella regione. La stessa che Prato sta cercando faticosamente, ma con tenacia, di aiutare con l’invio ormai ventennale di medicinali e materiale scolastico.

Giacomo Cocchi

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