5 Luglio 2024

Diocesi di Prato, don Fantappiè lascia la direzione dell’Ufficio Beni Culturali dopo quarant’anni

Il vescovo Nerbini ha nominato al suo posto il vicario mons. Daniele Scaccini. Don Fantappiè, 89 anni, rimane direttore scientifico dell'Archivio diocesano e della Biblioteca del Seminario


Dopo quarant’anni di servizio don Renzo Fantappiè lascia la guida dell’Ufficio beni culturali della Diocesi di Prato. Il sacerdote, 89 anni, conserva la direzione scientifica dell’Archivio storico diocesano e della Biblioteca del Seminario. Il vescovo Giovanni Nerbini ha nominato come nuovo direttore dell’Ufficio beni culturali monsignor Daniele Scaccini, vicario generale della Diocesi, architetto e responsabile del settore edilizia di culto.

La decisione di procedere a questo avvicendamento è dovuta a un naturale passaggio di consegne per motivi anagrafici, ma soprattutto alla nuova organizzazione dell’Ufficio beni culturali – richiesta dalla Cei – che cessa di essere un organismo autonomo, con propria personalità giuridica, e torna in seno alla Curia, come gli altri uffici diocesani. Questo ha comportato un riordino degli aspetti amministrativi e delle funzioni dell’Ufficio, con la conseguente cessazione del rapporto di lavoro con le tre dipendenti, impiegate all’interno dei Beni Culturali, dell’Archivio e della Biblioteca. La Diocesi ha già pianificato il reintegro delle tre dipendenti, in modo che possano proseguire nel loro lavoro, all’interno della Cooperativa Prato Cultura, l’ente nato su impulso della Diocesi, al quale è stata affidata la gestione del Museo dell’Opera del Duomo e del complesso di San Domenico.

 

 

Nel comunicare questo avvicendamento, il vescovo Giovanni Nerbini esprime un grande ringraziamento a don Renzo Fantappiè, «per come ha saputo guidare l’Ufficio diocesano dei Beni Culturali, con competenza, saggezza e lungimiranza. Sotto la sua direzione, in oltre quarant’anni di servizio – sottolinea monsignor Nerbini – il patrimonio artistico diocesano non solo è stato salvaguardato, ma custodito e valorizzato in modo da poter essere tramandato alla Chiesa e alla città di Prato».

 

 

 

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