È stato condannato a quattordici anni e dieci mesi di reclusione Abdelhadi Hajjaj, il 51enne marocchino accusato dell’omicidio del coinquilino Said Jaador, tunisino di 36 anni trovato morto in uno stabile abbandonato a San Paolo il 9 maggio 2023. La procura aveva chiesto 18 anni di reclusione per omicidio volontario. La sentenza, pronunciata dal giudice per le udienze preliminari Marco Malerba, è arrivata ieri, venerdì 13 dicembre. L’imputato, che aveva scelto il rito abbreviato ed era difeso dall’avvocato Enrico Martini, è stato condannato anche a pagare un risarcimento in via provvisionale di 50mila euro alla moglie e 100mila euro alla figlia minore della vittima, assistite dall’avvocato Katia Dottore Giachino. Il gup ha poi rinviato a giudizio per favoreggiamento l’uomo che aveva affittato la stanza dove vivevano Hajjaj e Jaador, entrato nel processo perché accusato di occultamento di cadavere. Trasmessi gli atti alla procura riguardo alla sua compagna per valutare il reato di false dichiarazioni al pubblico ministero.
Ricordiamo la vicenda. Di Said Jaador si persero le tracce il 18 aprile 2023, della sua scomparsa si occupò anche la trasmissione “Chi l’ha visto?” su impulso della denuncia fatta dalla ex moglie. La donna ed altri familiari in Marocco avevano ricevuto messaggi al cellulare con misteriose foto di terreni e case abbandonate dove cercarlo. Tre settimane dopo la scomparsa il tunisino fu trovato cadavere, parzialmente abbruciato, in uno stabile abbandonato di via San Paolo.
Secondo gli investigatori della squadra mobile, che ha passato al vaglio tabulati e intercettazioni telefoniche e ha ascoltato diversi testimoni, l’omicidio sarebbe maturato al culmine di una lite nella stanza in cui entrambi vivevano: Said accusava Abdelhadi di aver intascato il provento di una rapina ad un cittadino cinese, anziché spartirlo. Il complice avrebbe ribattuto che di soldi nella borsa rubata non ce n’erano. Dopo la lite, nella quale Said avrebbe avuto la peggio, il cadavere fu poi trasportato nello stabile abbandonato e qui dato alle fiamme nel tentativo, non riuscito, di distruggere ogni traccia del delitto. Il corpo di Said, parzialmente bruciato, fu riconosciuto anche per la presenza di alcuni tatuaggi.

