Ha piovuto, stanotte, e stavolta senza conseguenze. Il fronte è entrato in Toscana dalla costa intorno alle tre del mattino e ha attraversato la regione nelle ore successive, come previsto. A Prato l’unico effetto degno di nota è stata la chiusura del sottopasso di Pratilia, che si allaga con puntualità. L’allerta gialla della protezione civile regionale, valida dalla mezzanotte alle diciotto, è passata senza il conto dei danni che ci aveva lasciato la settimana scorsa.
È la seconda perturbazione in cinque giorni. La prima, quella fra giovedì 20 e venerdì 21, era stata di tutt’altra natura: oltre ventitremila fulminazioni sulla regione in dodici ore, alberi caduti da Vaiano a Cantagallo, la corrente saltata in Val di Bisenzio, un tetto scoperchiato a Le Piana, e sulla costa venti minuti di raffiche oltre i cento chilometri orari che hanno devastato gli stabilimenti balneari versiliesi.
Il giorno dopo, sui giornali, quasi tutti hanno scritto tromba d’aria. Una testata ha scritto downburst. È da lì che nasce lo speciale che Tv Prato mette online oggi.
Vocabolario che cambia, numeri e misura della temperatura percepita. Ecco quello che trovate qui.
Da qui a fine mese
La coda dell’instabilità accompagna ancora la giornata di oggi, con qualche rovescio possibile fino al pomeriggio e massime che a Prato restano sotto i trenta gradi. Poi il tempo cambia di nuovo verso: da mercoledì l’alta pressione risale sull’Italia e riporta sole e temperature in salita.
Secondo i modelli, giovedì 27 si torna intorno ai trentacinque gradi e venerdì 28 è la giornata più calda della settimana, con massime vicine ai trentasei e una minima che dovrebbe restare sopra i ventiquattro: un’altra notte tropicale, la definizione tecnica per una notte in cui il termometro non scende sotto i venti gradi. Nel fine settimana le temperature rientrano su valori più ordinari per la stagione, intorno ai trenta di massima e con minime sensibilmente più basse.
Da lì in avanti si entra nel campo delle tendenze, che vanno prese per quello che sono. Il quadro più probabile indica un’Italia divisa in due: al Centro-Nord un flusso atlantico che potrebbe riproporre instabilità verso l’ultimo weekend del mese, al Sud e nelle isole una nuova ondata di calore già in corso, con punte che i modelli spingono molto in alto. Per la Toscana, allo stato, niente di paragonabile a quello che abbiamo visto il 20 agosto. Ma è esattamente il genere di previsione che conviene verificare ogni mattina sul bollettino del Consorzio LaMMA, invece che fidarsi di un titolo scritto cinque giorni prima.
Perché uno speciale sulle parole
Questa estate ha portato nel parlato comune un vocabolario che fino a poco tempo fa stava nei manuali: downburst, bow echo, cupola di calore, notti tropicali, tropicalizzazione. Alcune di quelle parole descrivono qualcosa di preciso. Altre descrivono qualcosa di preciso ma vengono usate al posto sbagliato. Altre ancora non descrivono niente.
Il caso del downburst è emblematico. La parola sembra nuovissima e invece ha cinquant’anni: la coniò nel 1976 il meteorologo Tetsuya Fujita, indagando su un disastro aereo avvenuto l’anno prima a New York. Il fenomeno, naturalmente, esisteva da sempre: semplicemente lo si scambiava per una tromba d’aria. È una colonna d’aria fredda che precipita dal temporale, tocca terra e si apre di lato in raffiche rettilinee. Non ruota. E si riconosce dopo, guardando come sono caduti gli alberi: a ventaglio, tutti in allontanamento dal punto d’impatto. Una tromba d’aria, che invece ruota, lascia direzioni contrastanti e incrociate.
Quello che è cambiato, insomma, non è il vento. È quanto spesso lo incontriamo, e quanto bene lo sappiamo riconoscere.
I numeri dell’estate
Luglio 2026 è stato il mese di luglio più caldo mai registrato in Toscana da quando esistono rilevazioni affidabili, cioè dal 1955. Lo ha certificato il Consorzio LaMMA. Il bimestre giugno-luglio ha chiuso con una media regionale di 25,6 gradi, seconda soltanto ai 26,2 dell’estate del 2003. A Firenze, negli stessi due mesi, le massime hanno superato i trentasei gradi per ventisette giorni — un giorno su due, ed è il record della serie — e altrettante sono state le notti tropicali.
Le ondate di calore sono state quattro. La prima fra il 23 e il 31 maggio, la seconda dal 18 al 30 giugno, la terza dal 7 al 20 luglio, la quarta dal 29 luglio fino a metà agosto: quest’ultima è arrivata a venti giorni consecutivi. Sommate fanno cinquantasei giorni di caldo anomalo sugli ottantasette compresi fra il 23 maggio e il 17 agosto, quasi due su tre. Ma il dato che gli esperti considerano più significativo non è la durata delle ondate: sono le tregue in mezzo, che si sono accorciate da diciotto giorni a otto.
Che cosa c’è nello speciale
Il minisito raccoglie una cronologia interattiva dell’estate, con le quattro ondate di calore e i nove episodi di maltempo più rilevanti, ciascuno con quello che è successo davvero e con l’indicazione di quando la classificazione del fenomeno resta aperta.
C’è un glossario di trentatré voci, divise fra termini tecnici, parole da usare con precisione e invenzioni giornalistiche. C’è un calcolatore che combina temperatura e umidità e restituisce la temperatura percepita e il punto di rugiada: serve a capire perché trentaquattro gradi con il sessanta per cento di umidità si sentono come quarantadue, mentre trentasei gradi con il venticinque per cento si sentono esattamente come trentasei.
Ci sono due simulazioni animate che mettono a confronto una tromba d’aria e un downburst, con lo schema di come cadono gli alberi nei due casi. C’è una sezione dedicata alla domanda che si fanno in molti, e cioè che fine abbia fatto l’anticiclone delle Azzorre di cui parlava il colonnello Bernacca: la risposta è meno scontata del racconto corrente, perché quell’anticiclone non è affatto sparito.
E c’è un grafico interattivo che prova a spiegare la cosa più difficile da dire in trenta secondi di telegiornale: perché «il caldo è sempre esistito» e «non era mai successo» possono essere vere insieme.
Senza drammatizzare, e senza minimizzare
Lo speciale prova a tenere una linea stretta. Sulle temperature il segnale è solidissimo e non c’è ragione di ammorbidirlo. Sui fenomeni temporaleschi violenti, invece, la statistica è più incerta di quanto si legga in giro, perché una parte della crescita delle segnalazioni dipende semplicemente dal fatto che oggi ci sono radar migliori, uno smartphone in ogni tasca e reti di osservatori volontari. Chi gestisce gli archivi europei di eventi severi lo scrive apertamente e invita a non leggere i totali annuali come una serie climatica.
Non è una smentita. È una precisazione, e serve a evitare la scorciatoia più comune, cioè dedurre il clima dal numero di articoli di cronaca.
Lo speciale è disponibile all’indirizzo tvprato.it/tv/speciali/meteo-2026.







