A Gamberame, tra le case strette tra il Bisenzio, la ferrovia e la Calvana, un video notturno e ha immortalato un lupo a pochi passi dalle abitazioni. Un episodio curioso e rivelatore, che uno studio che ha coinvolto direttamente proprio i lupi della Val di Bisenzio – coordinato dall’Istituto Konrad Lorenz per la Ricerca comparata sul comportamento (Klivv) dell’Università di Medicina Veterinaria di Vienna, prima autrice Martina Lazzaroni, dell’Università di Parma – contribuisce a spiegare. Una ricerca alla quale ha preso parte anche l’Università di Sassari, pubblicatadall’Accademia americana delle scienze. Ma andiamo con ordine.
A Gamberame, i residenti si tengono in contatto tramite un gruppo WhatsApp di paese — nato soprattutto per segnalarsi «persone sospette», come spiega uno di loro, «visto che ogni tanto vengono a controllare, fare le ronde per entrare in casa». Il classico presidio digitale di chi vuole tenersi d’occhio il vicinato.
Venerdì scorso, sul gruppo è comparso qualcosa di diverso. Non un possibile ladro, non un’auto sospetta. Un lupo. «Una persona ha postato il video che ha fatto venerdì scorso, credo tarda notte, verso le due, le tre», racconta il residente. Nel filmato, girato nel buio con il cellulare, si vede l’animale aggirarsi con calma tra le case. Nessuna aggressione, nessuna minaccia. Solo un lupo che fa quello che i lupi fanno: annusa, si muove, scompare.
I croccantini, la colonia di gatti e un ospite inatteso
Come mai un lupo fin lì, in mezzo alle case? La risposta è disarmante nella sua semplicità. «Probabilmente va a mangiare i croccantini», dice il residente. «Lì c’è una colonia di gatti e gli viene lasciato da mangiare: forse hanno trovato questo cibo e vengono a mangiare lì.» Bastano le crocchette di una colonia felina per far deviare un predatore dal bosco e portarlo fino ai muri di un borgo abitato, a due passi dalla ferrovia.
Se si tratti di un’abitudine consolidata o di un episodio isolato, nessuno per ora lo sa. «È stato beccato questa volta e basta», ammette il testimone con onesta semplicità. Il fatto che nessuno lo avesse mai visto prima non significa necessariamente che non fosse già passato di lì: i lupi sono animali notturni e silenziosi, e i cellulari non sono sempre puntati nel posto giusto alle due di notte.
Non teme i luoghi degli uomini. Teme gli uomini
L’episodio di Gamberame non sorprende chi studia il comportamento del lupo in Italia. Anzi, lo conferma. Un lungo studio dell’Università di Sassari — avviato nell’immediato post-Covid, protrattosi per diversi anni e divulgato nelle scorse settimane — ha monitorato i lupi proprio in questa porzione di Appennino, con particolare attenzione alla Val di Bisenzio e ai comuni di Vaiano e Cantagallo: territori scelti non a caso, per la presenza ormai consolidata del predatore.
I risultati sono netti. I lupi non fuggono dai rumori umani: macchinari, veicoli, il brusio quotidiano di un insediamento abitato non li spaventano affatto. I ricercatori hanno posizionato nel bosco delle registrazioni sonore, con la stessa tecnica delle fototrappole, e hanno documentato che gli animali reagiscono in modo inequivocabile a un solo tipo di suono: la voce umana. Anche gentile, anche pacata. Bastano poche parole registrate per farli indietreggiare o mettere in fuga. La riconoscono. E la temono.
La distinzione è fondamentale: il lupo non teme i luoghi degli uomini. Teme gli uomini. Ed è una differenza che spiega tutto — le ronde notturne nei borghi, le visite alle colonie di gatti, i video che finiscono sui gruppi WhatsApp di paese alle tre di notte.
Convivenza, non emergenza
Quello che emerge, tra il video di Gamberame e i dati dello studio universitario, è un animale che ha profondamente ridefinito il suo rapporto con il paesaggio umano. Non si tratta solo di ibridi cane-lupo, da anni avvistati ai margini dei centri abitati. Sono lupi veri, che seguono l’odore del cibo fin sotto le finestre illuminate, che attraversano zone industriali di fondovalle, che si muovono nell’ombra di borghi come Gamberame senza fare rumore e — finché non si toccano i loro interessi — senza fare danni.
Destano curiosità, certo. E una moderata apprensione, comprensibile e legittima. Ma il residente che ha raccontato l’accaduto non suona l’allarme: riferisce, descrive, si interroga. «E niente, questo», chiude il suo racconto con una scrollata di spalle verbale che dice più di molte analisi.




