In Toscana l’85% dei medici internisti descrive le condizioni di lavoro peggiorate o molto peggiorate e il 4% pensa di lasciare anticipatamente il lavoro. Questa la fotografia sullo stato di lavoro nei reparti di medicina interna della Federazione dei medici internisti ospedalieri presentata al 31° congresso nazionale Fadoi di Rimini. “In Toscana – si spiega – il dato più forte riguarda il peggioramento percepito delle condizioni di lavoro, segnalato complessivamente dall’85% dei rispondenti” e “attribuibile in buona parte a burnout e carenze di personale, oltre alle inadeguate prospettive di carriera”.
I professionisti che operano nelle medicine interne in Toscana risultano prevalentemente con contratti a tempo indeterminato (85%), solo nel 15% sono con contratto a tempo determinato o libero professionale. Il fenomeno della carenza dei medici è maggiormente rilevante nei pronto soccorso, specie di medie-piccole dimensioni: “Il problema, per i cittadini – si rileva -, non è soltanto “chi” copre un turno, ma se il sistema mette i professionisti nelle condizioni di curare bene pazienti complessi e spesso non autosufficienti”.
La percezione del peggioramento, si spiega ancora, “è molto forte. Il 65% dei medici internisti dichiara che la situazione è peggiorata rispetto all’inizio della carriera ospedaliera e il 20% la definisce molto peggiorata. Il 55% ha vissuto periodi di burnout e il 20% si sente attualmente in burnout. E uno su 4 pensa di lasciare anticipatamente il lavoro”. Quando il burnout “riguarda una quota rilevante dei professionisti – osserva Fadoi -, il problema diventa organizzativo e non può essere lasciato alla resistenza individuale dei singoli medici”. Ancora la priorità principale che emerge, secondo Fadoi, “è la riclassificazione delle medicine interne come reparti a medio-alta intensità di cura, indicata dal 75%. Seguono l’assunzione di personale medico e infermieristico, al 40%, e maggiori opportunità di carriera, al 35%”.
“I dati regionali – conclude Fadoi – confermano che la medicina interna è uno dei punti nevralgici dell’ospedale: qui arrivano pazienti fragili, anziani, spesso con più patologie contemporaneamente. Per questo servono organici adeguati, team stabili e un riconoscimento coerente della complessità assistenziale. Non è una questione corporativa: ne va della salute dei medici, ma soprattutto della sicurezza dei cittadini”.





