Maxi operazione della Dda, eseguite 41 misure cautelari

Gli investigatori del servizio centrale operativo della Polizia di Stato e della squadra mobile di Prato, coordinati dalla Dda della procura di Firenze, stanno eseguendo una vasta operazione con 41 misure di custodia cautelare nei confronti di altrettanti indagati, italiani e stranieri, ritenuti coinvolti a vario titolo di associazione a delinquere, traffico internazionale di stupefacenti, riciclaggio e favoreggiamento dell’immigrazione clandestina di cittadini cinesi. Impiegati circa 150 uomini della polizia.
Le misure cautelari personali riguardano 17 ordini di custodia cautelare in carcere, 16 arresti domiciliari, 8 obblighi di presentazione alla polizia giudiziaria e sono state eseguite nei confronti di indagati dislocati sull’intero territorio nazionale, in prevalenza in Toscana, nelle province di Prato, Pistoia e Pisa, ma anche in vari paesi esteri, in particolare in Spagna.
Emesso anche un decreto di sequestro preventivo finalizzato alla confisca diretta e per equivalente, per un valore superiore ai 60 milioni di euro nei confronti di 27 indagati.

L’attività d’indagine ha consentito di scoprire l’esistenza di un gruppo organizzato, facente capo ad un cittadino cinese radicato da alcuni anni a Prato, che ha operato almeno dal 2021, per assicurare a varie organizzazioni criminali di effettuare pagamenti internazionali delle partite di droga commercializzata senza necessità di ricorrere ad alcuna movimentazione fisica del denaro e, pertanto, senza alcuna tracciabilità, cosi assicurando l’anonimato dei pagamenti e la non immediata riconducibilità agli acquirenti.
Una vera e propria “banca” illegale, con base logistica a Prato, che era al servizio anche delle organizzazioni criminali. Per questo è stata contestata l’aggravante dell’agevolazione mafiosa, ritenuta fondata dal gip, per aver favorito i traffici del Cal Brfiganti, frangia della Sacra Corona Unita operante a Lecce, la ‘ndrina calabrese Fiarè/Razionale/Gasparro di San Gregorio d’Ippona (Vibo Valentia), e il clan campano Aquino-Annunziata.

Ad avvalersi dei servizi della banca illegale cinese, oltre a gruppi mafiosi italiani, secondo gli inquirenti c’era anche un cittadino albanese operante in Toscana, che si è accostato ai canali illeciti di trasferimento di denaro perché interessato all’acquisto di droga in Spagna, nell’ambito di un’autonoma associazione dedita al narcotraffico.
Nel corso delle indagini, la movimentazione di somme di denaro connesse al narcotraffico internazionale e ai reati fiscali perpetrati da cittadini cinesi è stimata in circa 80-100 milioni all’anno, per almeno tre anni, a partire dal 2021.

E’ inoltre emerso che una parte del gruppo dei cittadini cinesi, già associati nel contesto della banca illegale, hanno gestito in parallelo anche un’altra attività illecita: l’organizzazione dell’ingresso in Italia di cittadini cinesi dalla Cina, dopo averli fatti arrivare per la prima volta dalla Serbia, paese europeo appartenente all’area Shengen, che non richiede il rilascio del visto di ingresso ai cittadini cinesi. Una volta giunti a Belgrado, gli immigrati cinesi venivano accolti in strutture ricettive a gestione cinese, per poi essere trasportati in auto, sempre da parte dell’associazione a delinquere, dalla Serbia all’Ungheria. Gli immigrati irregolari erano anche costretti ad attraversare alcuni tratti di montagna a piedi e poi recuperati e condotti in Italia attraverso la Slovenia, con destinazioni finali a Prato, Torino e Somma Campagna, in provincia di Verona. Gli organizzatori di questo sistema di immigrazione clandestina esponevano i migranti ad elevato pericolo per la loro incolumità, traendo un guadagno illecito quantificato in 9500 euro per ogni singolo migrante fatto arrivare in Italia.

Come funzionava la banca illegale

Le movimentazioni del denaro sono avvenute attraverso modalità assimilabili al sistema di pagamento di tradizione islamica, denominato “hawala”, noto anche in Cina con la variante “chop” – “shop”, che permettono a un soggetto che intenda trasferire una somma di denaro a un altro soggetto che si trova in un altro Paese di consegnare la somma a un intermediario (ed. “hawaladar”), il quale, tramite un proprio referente presente nel paese del beneficiario, da ordine di procedere al pagamento della corrispondente somma di denaro, trattenendo una percentuale di commissione. Trattasi di meccanismo che consente di trasferire “virtualmente” il denaro, senza trasportare la somma dal mittente al destinatario, da un paese all’altro.
Per tale attività illecita, il principale indagato risulta essersi avvalso di una vasta schiera di collaboratori, dislocati stabilmente anche nei paesi europei, ponendosi come vero e proprio anello di congiunzione tra la criminalità italiana, o la criminalità straniera albanese operante in Italia – interessata al trasferimento in altri paesi europei del denaro funzionale al pagamento del prezzo relativo alla compravendita di droga e alcuni referenti (“collettori”) degli interessi illeciti della comunità imprenditoriale cinese operante a Prato, dedite alla consumazione di reati in materia tributaria legati all’evasione fiscale o, comunque, caratterizzati da un movente economico.

L’organizzazione risulta aver assicurato un servizio, da un lato, di pagamenti di partite di narcotico e, dall’altro, di transazioni a nero di merce tra aziende cinesi. Difatti, l’organizzazione investigata, ricevuto l’incarico di provvedere al trasferimento del denaro a titolo di pagamento del narcotico, risulta aver organizzato una fitta rete di raccolta del denaro “a domicilio”, mediante l’invio di collaboratori-corrieri che hanno viaggiato su tratte sia nazionali che estere, recandosi a incontrare referenti di varie organizzazioni criminali, sia di stampo mafioso che albanesi, dedite al traffico di stupefacenti, al fine di ritirare da questi ingenti somme di denaro contante che, occultate nelle autovetture dei corrieri – preventivamente preparate e dotate di doppio fondo – venivano trasportate a Prato.
Qui il contante veniva consegnato, per mezzo dei “collettori” cinesi, all’imprenditore del pronto moda loro connazionale, quale corrispettivo della fornitura dei capi d’abbigliamento all’omologa attività sedente (prevalentemente) in Spagna.
In Spagna (ma anche Francia e Portogallo) il denaro veniva raccolto dai corrieri della cellula spagnola dell’organizzazione presso i pronta moda a gestione cinese stanziati in poli commerciali di varie città spagnole (Madrid, Siviglia, Malaga, Valencia). Ricevuto il denaro, il corriere dell’organizzazione provvedeva alla consegna del contante al narcotrafficante del posto, come pagamento della partita di droga destinata all’organizzazione albanese o italiana di stampo mafioso dedita al narcotraffico sedente in Italia.
In tal modo, I’associazione per delinquere con sede a Prato risulta, a stregua delle indagini in atti, aver operato come “banca” illegale, mediante ii ricorso al sistema di pagamento denominato “Hawala”, o anche “Chop-Shop” detto FEI-Ch’ien (moneta volante), garantendo per anni il pagamento di ingenti quantitativi di narcotico proveniente dalla Spagna e Olanda, abbattendo il rischio che il denaro contante potesse essere intercettato dalle forze dell’ordine nel viaggio dall’ltalia verso i paesi fornitori del narcotico e cosi agevolando l’operatività di plurimi gruppi associati qualificati, sia italiani che albanesi.

Lo schema operativo che ha alimentato il sistema illecito della “banca” illegale costituta a Prato, ha fatto emergere nel tempo strette relazioni d’affari fra il vertice dell’organizzazione e soggetti di nazionalità albanese, spesso gravati da precedenti per reati inerenti al traffico di sostanze stupefacenti, che hanno ricoperto un ruolo di riferimento stabile nell’associazione, facilitando i rapporti con le organizzazioni criminali albanesi e italiane, anche di tipo mafioso, dedite al narcotraffico, interessate come clienti al “servizio di pagamento”.
I predetti hanno di fatto operato per mesi con funzione di broker internazionali del narcotraffico, garantendo e favorendo le transazioni legate alla compravendita delle sostanze stupefacenti da un paese all’altro.

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