Una banca clandestina gestita da un’associazione per delinquere di cittadini cinesi è stata sequestrata a Padova, in un’operazione della guardia di Finanza di Venezia e Padova. 21 le persone indagate, di cui 17 colpiti da provvedimenti restrittivi della liberà personale. Perquisizioni domiciliari e aziendali sono in corso anche a Prato, oltre che a Padova, Venezia, Treviso, Brescia e Milano.
Per 7 persone è stata disposta la custodia cautelare in carcere con divieto di incontro, per 5 sono stati ordinati gli arresti domiciliari, mentre per altre 5 indagati è scattato l’obbligo di dimora nei comuni di residenza. Le Fiamme Gialle stanno procedendo al sequestro preventivo della banca occulta, a cautelare somme di denaro contante, disponibilità finanziarie, criptovalute, immobili, auto di lusso e altri beni di pregio (tra cui orologi e gioielli) per un ammontare complessivo superiore ai 40 milioni di euro. Secondo le indagini la banca clandestina, attiva almeno un anno, era allestita in un immobile nella zona industriale di Padova, provvisto di casseforti e macchine conta soldi, cui si accedeva previa identificazione mediante telecamere esterne. Qui ogni giorno veniva concentrato il denaro contante provento di plurime condotte delittuose per essere poi reinvestito in attività illecite: prestito a tassi usurari (anche del 120% annui) in favore di imprenditori e altri soggetti, conversione in criptovalute, pagamenti in nero. I tre soci della banca clandestina, tutti destinatari di provvedimento di custodia cautelare in carcere, si avvalevano di diversi collaboratori stipendiati, alla stregua di veri e propri dipendenti. Fra di essi tre cassieri, finiti agli arresti domiciliari, i quali annotavano in libri giornale tutte le operazioni di entrata e di uscita.
La banca, attiva almeno dall’aprile 2025, è riconducibile al fenomeno del cosiddetto “Underground Banking”, sistemi bancari informali e paralleli rispetto al circuito ufficiale, operanti su scala transnazionale e basati su reti fiduciariamente strutturate. Un sistema ampiamente presente anche a Prato, come mostrato da molte altre indagini. Si tratta di circuiti finanziari illegali, che si caratterizzano per lo svolgimento di una pluralità di servizi finanziari in assenza delle prescritte autorizzazioni, ivi inclusa la raccolta e la movimentazione di denaro contante, la compensazione di posizioni debitorie e creditorie tra soggetti localizzati in differenti Paesi, nonché l’elargizione di prestiti non tracciati a breve termine.
Il funzionamento della banca clandestina e del sistema di riciclaggio
La Procura di Padova ha ricostruito la struttura dell’organizzazione criminale e individuato promotori, organizzatori, responsabili della pianificazione delle attività illecite e della gestione dei principali flussi finanziari. Di spicco sono risultate in particolare:
- due figure femminili attinte da custodia cautelare in carcere per il ruolo nella raccolta e nella distribuzione del denaro contante. A queste si affiancavano soggetti incaricati della gestione operativa delle società coinvolte (di cui uno posto agli arresti domiciliari), nonché una rete di prestanome, cinesi e rumeni, utilizzati per l’intestazione fittizia di imprese e rapporti bancari;
- un soggetto, definito il “commercialista” e specializzato nell’apertura e gestione di società “di comodo” e un altro soggetto servente alle attività di apertura conti correnti funzionali al trasferimento all’estero del denaro. Entrambi i soggetti sono stati attinti da provvedimento di custodia cautelare in carcere.
Il gruppo criminale si avvaleva anche di figure specifiche deputate alla consegna e al ritiro di denaro contante nella banca occulta, sottoposte all’obbligo di dimora.
La struttura organizzativa era altamente flessibile e si avvaleva di società apri e chiudi, oltre che dell’utilizzo sistematico di società “cartiere”, prive di una reale struttura imprenditoriale, create al solo scopo di emettere fatture per operazioni inesistenti, finalizzate ad abbattere la base imponibile, generare indebiti crediti d’imposta e giustificare flussi finanziari di origine illecita. Come appurato in altre inchieste simili, le società coinvolte risultavano spesso intestate a soggetti compiacenti o inconsapevoli, privi di capacità economica, rendendo particolarmente complessa l’individuazione dei reali beneficiari delle attività.
Secondo le indagini, il gruppo criminale si è avvalso di molteplici società “cartiere” che, nel periodo contestato hanno emesso fatture per operazioni inesistenti per decine di milioni di euro in favore di imprenditori compiacenti dislocati in diverse località del territorio nazionale.
Il sodalizio acquisiva passaporti, carte d’identità e patenti intestati a cittadini cinesi presenti in Italia o rientrati in Cina, per essere utilizzati per l’apertura di società e conti correnti, mediante l’utilizzo di soggetti terzi somiglianti agli intestatari – i quali dietro corrispettivo – si recavano presso i professionisti incaricati delle procedure di identificazione, con l’obiettivo di eludere i controlli e trarre in inganno gli stessi.
Nel corso delle attività investigative, sono emersi anche imprenditori italiani, i quali si avvalevano dei servizi erogati dal sodalizio cinese per ottenere la retrocessione in contanti di fatture per operazioni inesistenti piuttosto che lo scambio di denaro contante con criptovalute. Il ricorso a tali strumenti ha consentito di eludere sistematicamente gli obblighi di tracciabilità e le normative antiriciclaggio, ostacolando la ricostruzione dei flussi finanziari e favorendo l’occultamento dell’origine dei capitali e il loro successivo reimpiego nel circuito economico legale.
Parallelamente, i proventi derivanti dalle condotte illecite erano oggetto di sofisticate operazioni di riciclaggio. Le somme venivano frazionate e trasferite su una pluralità di conti correnti societari, anche attraverso l’utilizzo di strumenti di pagamento elettronico e carte prepagate, al fine di ostacolare la tracciabilità dei movimenti finanziari. È stato accertato come il sodalizio abbia trasferito, in pochi mesi, diversi milioni di euro all’estero verso la Cina, talvolta con triangolazioni europee in Danimarca, Francia, Germania, Gran Bretagna, Irlanda, Lituania e Lussemburgo.
Proprio la dimensione transnazionale delle attività illecite ha reso necessario il ricorso a strumenti di cooperazione internazionale, attraverso i quali è stato possibile acquisire informazioni rilevanti per la ricostruzione dei flussi finanziari e per l’individuazione dei soggetti coinvolti all’estero. La collaborazione con Autorità estere e Organismi di Cooperazione, per il tramite del Comando Generale – II Reparto – Ufficio Cooperazione Internazionale e Rapporti con Enti Collaterali, ha consentito di acquisire informazioni di particolare pregio investigativo, risultate preziose per l’approfondimento del quadro indiziario e la ricostruzione delle dinamiche del sodalizio.





