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Un'estate, tre parole nuove

Il caldo, il vento e le parole

Luglio 2026 è stato il luglio più caldo mai misurato in Toscana. Poi, il 20 agosto, il vento ha buttato giù gli alberi e abbiamo tutti imparato una parola nuova.

1976 anno del conio
downburst
sost. m. inv. · dall'inglese down + burst · Tetsuya Fujita, Università di Chicago

Colonna d'aria che precipita dal temporale, tocca terra e si apre di lato in raffiche rettilinee. Non ruota.

Fujita gli diede un nome nel 1976, indagando su un disastro aereo dell'anno prima a New York. Il fenomeno, naturalmente, esisteva già: semplicemente lo si scambiava per una tromba d'aria. La parola ha cinquant'anni. Quello che è cambiato non è il vento — è quanto spesso lo incontriamo, e quanto bene lo sappiamo riconoscere.

T_aria

Quanto caldo ha fatto

Prima di discutere le parole conviene guardare i numeri, che sono pochi e piuttosto chiari.

1955
Luglio 2026 è il luglio più caldo in Toscana da quando esistono rilevazioni confrontabili, cioè dalla metà degli anni Cinquanta.
Consorzio LaMMA
25,6°C
Media regionale toscana di giugno-luglio 2026: secondo bimestre più caldo della serie, dietro solo ai 26,2 °C del 2003.
Consorzio LaMMA
27
Giorni sopra i 36 °C a Firenze fra giugno e luglio: uno su due, ed è il record della serie. Altrettante le notti tropicali, con la minima mai sotto i 20 °C.
Consorzio LaMMA
+2,86°C
Scarto della media italiana di luglio 2026 (24,96 °C) rispetto al trentennio 1991-2020. È il valore più alto dal 1950.
ERA5-Land, Copernicus
30°C
Temperatura superficiale sfiorata dal Tirreno a fine luglio. Dai primi anni Ottanta il mare si scalda di circa 0,7 °C ogni decennio.
Consorzio LaMMA
27/27
Il 6 agosto tutte le città sorvegliate dal Ministero della Salute erano in bollino rosso contemporaneamente: prima volta nel 2026.
Ministero della Salute

2003 e 2026, gli unici due termini di paragone

L'estate del 2003 è rimasta il metro di misura per vent'anni. Il 2026 le è arrivato vicinissimo, e su un indicatore l'ha superata.

Media regionale giugno-luglio, °C
200326,2
202625,6
Notti tropicali a Firenze, giugno-luglio
200330
202627
Giorni sopra 36 °C a Firenze, giugno-luglio
202627 · record

Su questo terzo indicatore il 2026 è il primo della serie LaMMA: mai tanti giorni molto caldi in un bimestre, nemmeno nel 2003.

E a Prato

La stazione di riferimento è quella di Prato Università, che osserva dal 1881 e alimenta il Servizio idrologico regionale. Nel trentennio 1961-1990 la media di luglio era di 24,3 °C. Il massimo assoluto della serie resta di 41,0 °C, registrato il 6 luglio 1952; il minimo assoluto è di −13,8 °C, il 10 e 11 gennaio 1985.

Vale la pena fermarsi su queste due date. Il giorno più caldo e il giorno più freddo mai misurati a Prato appartengono entrambi al Novecento. Gli estremi, da soli, non raccontano il cambiamento: quello che si è spostato non sono i record, ma la normalità.

E la pioggia?

Poca, e concentrata. Giugno ha chiuso con un deficit del 36 per cento sulla media nazionale, decimo valore più basso della serie; luglio con un venti per cento in meno. Sono mesi in cui, sull'Italia, sono transitate quattro perturbazioni a giugno e sette a luglio: pochissime. Quando l'acqua è arrivata, è arrivata tutta insieme.

È la combinazione che conta: suolo cotto da settimane di sole, mare caldissimo che carica di vapore i bassi strati, e poi una singola infiltrazione fresca in quota che libera tutta l'energia accumulata. Non è un paradosso, è il meccanismo.

Poi è arrivato il vento

La sera di giovedì 20 agosto la Toscana ha incassato in poche ore la fine dell'ondata di calore. Fra le 11 e le 23 il LaMMA ha contato oltre 23.000 fulminazioni sulla regione, più di 8.000 concentrate fra le 21 e le 23. A Prato sono caduti una ventina di millimetri in meno di un'ora, con vento da ovest oltre i 40 chilometri orari; a Montemurlo appena 12 millimetri, ma raffiche sufficienti a staccare un ramo grosso dal gelso monumentale di Cicignano. In Val di Bisenzio gli alberi caduti hanno interrotto la corrente fra Vaiano, Vernio e Cantagallo, e a Le Piana un tetto è stato scoperchiato.

Il giorno dopo, sui giornali, è comparsa la parola.

Diario

Com'è andata, giorno per giorno

Quattro ondate di calore e una manciata di temporali molto cattivi. Messi in fila, raccontano l'estate meglio di qualsiasi aggettivo.

Le date delle ondate di calore sono quelle ricostruite da Lorenzo Giovannini, fisico dell'atmosfera dell'Università di Trento, in un'analisi diffusa dall'Ansa l'11 agosto. Il dato che colpisce non è tanto la durata di ciascuna, quanto quanto sono corte le tregue in mezzo: diciotto giorni dopo la prima, una settimana dopo la seconda, otto giorni dopo la terza.

Cronologia · 20 maggio – 24 agosto 2026
ondata di calore episodio di maltempo ha toccato la Toscana o il Pratese

Le quattro ondate

Cinquantasei giorni di caldo anomalo sugli ottantasette che vanno dal 23 maggio al 17 agosto: quasi due su tre. La quarta, iniziata il 29 luglio, è quella che ha stabilito il primato di durata: fino a venti giorni consecutivi.

Una precisazione sul conteggio: «ondata di calore» non ha una soglia unica e universale. Il sistema sanitario italiano la valuta città per città su indici di disagio, quindi la stessa giornata può essere ondata di calore a Bolzano e normale amministrazione a Catania. Le date qui sopra sono una ricostruzione a scala nazionale, non un dato ufficiale della protezione civile.

Gli episodi di maltempo

Non tutti hanno riguardato Prato, ma servono per capire il quadro: quasi sempre lo stesso schema, cioè la fine brusca di una fase calda.

Nel solo mese di giugno l'archivio europeo degli eventi severi ha catalogato 724 segnalazioni sull'Italia: 357 di grandine grossa, 192 di pioggia estrema, 133 di raffiche sopra i 90 chilometri orari, 24 fulminazioni dannose e 18 fra trombe d'aria e trombe marine. Vale la cautela già detta: quel conteggio dipende anche da quanti osservatori guardano.

Notte

Perché non si dormiva

La cosa nuova di questa estate non sono i quaranta gradi del pomeriggio. Sono i ventotto delle tre di notte.

Una notte si chiama tropicale quando la temperatura minima non scende sotto i venti gradi. È una soglia convenzionale, ma non arbitraria: è più o meno il punto oltre il quale il corpo umano fa fatica a smaltire calore mentre dorme, tanto più se l'aria è umida. Il sonno ha bisogno che le estremità si raffreddino: se l'aria intorno resta calda e satura, quel meccanismo non parte.

A Firenze, fra giugno e luglio, ce ne sono state ventisette. Nel 2003 furono trenta. Ma il confronto interessante non è con il 2003: è con la climatologia. Rispetto al trentennio 1961-1990, le notti tropicali fiorentine sono quasi triplicate, e crescono di circa tre all'anno ogni decennio.

Quattro cose che tengono su la minima

  • Il mare. L'acqua ha un'inerzia termica enorme: accumula calore di giorno e lo cede lentamente di notte. Con il Tirreno vicino ai trenta gradi, la brezza notturna non porta più refrigerio, porta aria tiepida e satura. Il mare ha smesso di fare da termostato.
  • Il vapore acqueo. È un gas serra, e molto efficace. Un'aria umida trattiene la radiazione infrarossa che il suolo emette verso il cielo: fa da coperchio. Con cielo sereno e aria secca la temperatura crolla dopo il tramonto; con aria umida no. Ed è un circolo: per ogni grado in più, l'atmosfera può contenere circa il sette per cento di vapore in più.
  • La città. Asfalto, muri e coperture immagazzinano calore tutto il giorno e lo restituiscono dopo il tramonto. In più, fra i palazzi si vede meno cielo, e meno cielo significa meno superficie verso cui irraggiare. Fra centro urbano e campagna vicina la differenza sulle minime può arrivare a quattro o cinque gradi.
  • L'assenza di vento. Sotto l'alta pressione l'aria ristagna. Senza rimescolamento, lo strato caldo e umido appoggiato al suolo resta dov'è.

L'afa misurata

Calcola la temperatura percepepita

«Afa» non è un termine tecnico, ma indica una cosa precisa: l'aria è così carica di vapore che il sudore evapora male, e l'evaporazione del sudore è il modo principale con cui ci raffreddiamo. Il numero che descrive davvero questa condizione non è l'umidità relativa — che cambia con la temperatura e inganna — ma il punto di rugiada: la temperatura a cui quell'aria comincerebbe a condensare. Sopra i venti gradi di punto di rugiada l'aria si sente pesante; sopra i ventiquattro diventa opprimente.

Qui sotto si può provare la combinazione.

Calcolo · temperatura percepitaindice di calore statunitense
Temperatura percepita
32°C
Punto di rugiada
18°C
Temperatura dell'aria32,0 °C
Umidità relativa45 %

L'indice di calore è definito all'ombra e con vento debole: al sole si somma altro. Sotto i 27 gradi la formula perde significato e la percepita coincide di fatto con la misurata. Il punto di rugiada è calcolato con la formula di Magnus.

Trentaquattro gradi con il sessanta per cento di umidità si sentono come quarantadue. Trentasei con il venticinque per cento si sentono come trentasei. È lo stesso termometro, ma non è la stessa giornata.

Ecco perché in un servizio la temperatura da sola può essere fuorviante, in entrambi i sensi. E perché la percepita, che è un indice calcolato e non una misura, non può essere usata per annunciare record.

Figure bariche

Che fine ha fatto l'anticiclone delle Azzorre

Chi ha qualche anno se lo ricorda bene: il colonnello Bernacca, la bacchetta sulle isobare, e quel nome che significava una cosa sola, bel tempo sopportabile.

Edmondo Bernacca condusse per la Rai «Il Tempo in Italia», poi «Che tempo fa?», dal gennaio del 1968 fino alla pensione nel 1979, con un ritorno negli anni Ottanta. Andava in onda alle 19.55, cinque minuti prima del telegiornale, e a lui si deve se milioni di italiani hanno imparato che cosa fossero le isobare e dove fossero le Azzorre. Oggi al posto suo, nei bollettini, c'è quasi sempre «l'anticiclone africano». Vale la pena chiedersi che cosa sia successo davvero, perché la risposta è meno semplice del racconto corrente.

Sono lo stesso oggetto, visto da due punti

Attorno al pianeta, a queste latitudini, corre una cintura permanente di alta pressione: è il ramo discendente della circolazione atmosferica che parte dall'equatore. Non è uniforme, ha dei rigonfiamenti. Uno sta sull'Atlantico, all'altezza delle Azzorre, ed è alimentato da aria oceanica: alta pressione sia al suolo sia in quota, aria relativamente fresca, ventilata. Un altro sta sul Nordafrica, ed è soprattutto una struttura in quota, con aria molto più calda.

Quando il lobo africano si allunga verso nord, quello che arriva sull'Italia non è quasi mai un anticiclone in senso stretto — cioè una circolazione chiusa e ben definita anche al suolo — ma un promontorio, una lingua di alta pressione in quota. È il motivo per cui alcuni meteorologi sostengono che «l'anticiclone africano» non esista come tale, e preferiscono «promontorio anticiclonico subtropicale» o «alta pressione subtropicale».

Schema · la cintura subtropicalerappresentazione concettuale, non una carta

Il caldo viene da sud, ma non solo

Un'altra imprecisione diffusa è pensare che le temperature record siano semplicemente aria sahariana trasportata fin qui. Una parte lo è, e si vede quando arriva anche la polvere. Ma il grosso del calore lo produce il promontorio stesso: sotto una struttura di alta pressione l'aria scende, e scendendo viene compressa; comprimendosi si scalda. È lo stesso principio della pompa da bicicletta. Più il promontorio è alto e robusto, più aria costringe a scendere, più scalda. Per questo un'ondata di calore si intensifica giorno dopo giorno anche senza che arrivi «aria nuova» da sud.

Ma che fine hanno fatto le Azzorre?

Il racconto «l'anticiclone delle Azzorre è sparito, l'ha sostituito quello africano» è una semplificazione. Uno studio pubblicato su Nature Geoscience nel 2022 ha ricostruito il comportamento dell'anticiclone delle Azzorre sugli ultimi 1.200 anni e ha trovato l'opposto: negli inverni dell'era industriale si è esteso come non era mai successo nel millennio precedente, e proprio quell'espansione contribuisce a seccare il Mediterraneo occidentale. Lo studio riguarda l'inverno, quindi non si applica direttamente alle estati; ma basta a smontare l'idea che l'azzorriano si sia semplicemente indebolito.

Quello che i dati indicano è un movimento dell'intera cintura subtropicale verso nord. È la lettura che dà anche Giovannini nell'analisi Ansa: l'anticiclone africano «è mediamente spostato più a Nord rispetto a una volta», ed è quindi più facile che inglobi l'Italia e ci resti a lungo. Lo stesso Giovannini aggiunge che la dinamica del fenomeno è ancora in fase di studio: è un punto su cui vale la pena non essere più assertivi di quanto lo siano i ricercatori.

L'anticiclone africano non esiste ma ci sta

«Anticiclone africano» non è un errore da matita rossa, è un'espressione d'uso corrente che descrive una cosa reale. Ma se si vuole essere precisi, e magari spiegare qualcosa in più al pubblico, la formula migliore è «promontorio di alta pressione subtropicale», aggiungendo che si allunga verso di noi dal Nordafrica. Da evitare invece «temperature africane» come sinonimo di caldo forte: non dice niente, e per giunta suggerisce che il caldo sia sempre importato quando in gran parte lo fabbrichiamo qui sopra.

Una nota che sta bene qui. In un'intervista al Corriere della Sera del luglio 2024 la nipote di Bernacca raccontava che il nonno sorriderebbe davanti alle previsioni di oggi: le bombe d'acqua, i soprannomi affibbiati agli anticicloni, i termini lanciati senza significato. Diceva che era convinto che le cose andassero chiamate con il loro nome. È più o meno il punto di questa pagina.

Vento

Downburst o tromba d'aria

La differenza non è un cavillo da meteorologi: cambia dove si sta al riparo, cambia come si valutano i danni, cambia quello che si scrive nel titolo.

Un temporale maturo non è solo aria che sale. Al suo interno la pioggia trascina verso il basso aria fredda, che accelera evaporando e arriva al suolo come una colonna. Lì non può che aprirsi: si spiaccica e corre via in orizzontale, in tutte le direzioni. Quella corsa è il downburst. Se il fronte largo sta sotto i quattro chilometri si chiama microburst, sopra macroburst: la differenza è solo di taglia, non di natura.

La tromba d'aria è un'altra cosa. È un vortice che collega la nube al suolo e che ruota, in genere dentro un temporale a sua volta rotante. Può fare danni simili, ma li fa in un modo riconoscibile.

Simulazione · aria in movimento

Tromba d'aria

L'aria converge verso un asse e sale ruotando.

Vortice stretto, mobile, con un asse verticale ben definito. La colonna è visibile perché condensa.

Firma sul terreno

Alberi caduti in direzioni opposte e incrociate: segno di rotazione.

Downburst

L'aria scende in blocco, tocca terra e si apre.

Corrente discendente larga, che al suolo diverge. Sul bordo si arrotola un anello di turbolenza.

Firma sul terreno

Alberi caduti a ventaglio, tutti in fuga dal punto d'impatto.

Attenzione

La distinzione la fa un rilievo sul posto, guardando come sono caduti gli alberi e da che parte sono volate le lamiere. Finché quel rilievo non c'è, la formula corretta è «forti raffiche di vento» o «raffiche lineari». Dire «tromba d'aria» perché il vento era fortissimo è quasi sempre un salto logico: nella maggior parte dei casi italiani il colpevole è un downburst.

Un caso vero del 21 agosto

Quel venerdì mattina il vento ha devastato il litorale versiliese: stabilimenti balneari distrutti fra Marina di Pietrasanta e Tonfano, pattini scagliati a decine di metri, tende e ombrelloni divelti, pini caduti sulle auto, tetti scoperchiati, un catamarano spinto contro la parete di un bagno a Viareggio. Raffiche che hanno raggiunto e a tratti superato i cento chilometri orari, con circa venti minuti di massima intensità.

Quasi tutte le testate hanno titolato tromba d'aria. Una, il Tirreno, ha scritto che il fenomeno «in termine tecnico si chiama downburst» e che non è propriamente una tromba d'aria.

Come si legge

Senza un rilievo formale la questione resta aperta, e questa pagina non pretende di chiuderla. Vale però la pena notare che cosa spinge da una parte e dall'altra: danni distribuiti lungo una fascia costiera larga, durata di una ventina di minuti, oggetti proiettati in avanti in modo coerente sono elementi più compatibili con raffiche discendenti che con un vortice. Una tromba d'aria lascia in genere un corridoio stretto e ben delimitato, con direzioni di caduta contrastanti ai bordi.

La cosa importante, per chi scrive, è che l'incertezza si può dichiarare: «raffiche fino a cento chilometri orari, con caratteristiche compatibili con un downburst» è una frase onesta, si capisce, e non impegna la redazione su una classificazione che nessuno ha ancora fatto.

Il bow echo, cioè l'arco

Quando i downburst si mettono in fila lungo un fronte temporalesco, l'aria fredda accumulata al suolo spinge in avanti la parte centrale della linea. Sul radar quella linea si incurva e prende la forma di un arco: bow echo, anche questa un'espressione coniata da Fujita, nel 1978. Il punto di massima curvatura è dove il vento è peggiore, perché lì la corrente in quota entra da dietro e viene scaricata al suolo.

Radar · evoluzione di un bow echo

Da sinistra a destra, la stessa linea temporalesca a tre stadi: linea, arco, virgola. La freccia bianca è la corrente che entra da dietro e viene scaricata al suolo sul vertice dell'arco. Colori come su un radar di riflettività: verde debole, rosso intenso.

Se l'arco tiene per centinaia di chilometri il fenomeno ha un altro nome ancora: derecho, parola spagnola che significa «dritto», scelta nel 1888 da un fisico dell'Iowa proprio per distinguere questi venti da quelli rotatori dei tornado. I criteri americani chiedono un corridoio di danni lungo almeno 400 chilometri, largo un centinaio, con raffiche di forza uragano ripetute lungo il percorso: sono soglie riviste più volte, l'ultima nel 2025, e servono a tenere la parola per gli episodi davvero eccezionali. In Italia se ne verificano, ma sono rari. Vale la pena non spenderla per un temporale di due province.

Lessico

Il vocabolario, voce per voce

Alcune di queste parole descrivono qualcosa di preciso. Altre descrivono qualcosa di preciso ma vengono usate male. Altre ancora non descrivono niente.

Distribuzione

Perché «è sempre successo» e «non era mai successo» sono vere insieme

È la cosa più difficile da spiegare in trenta secondi di telegiornale, e anche la più utile.

Le temperature di un luogo si distribuiscono come una campana: tanti giorni attorno alla media, pochi molto sopra, pochi molto sotto. I giorni eccezionali sono le code della campana, e le code ci sono sempre state. Ma se tutta la campana scivola di qualche decimo verso destra, la media si sposta poco e la coda si spopola o si affolla moltissimo. È un effetto sproporzionato, e non è un'opinione: è aritmetica.

Provi a spostarla.

Modello · campana delle massime estiveesempio illustrativo
Giorni sopra 35 °C
4 su 100
Rispetto a prima
×1,0
Giorni sotto 25 °C
4 su 100
Spostamento della media+0,0 °C

Campana simmetrica con media 30 °C e scarto quadratico medio 3 °C: numeri scelti per rendere l'idea, non le massime reali di Prato. Le soglie sono fissate a 35 °C e a 25 °C, simmetriche rispetto alla media di partenza.

Con due gradi di spostamento i giorni sopra i 35 gradi passano da circa cinque su cento a circa sedici, e nello stesso momento i giorni freschi sotto i 25 scendono da cinque a uno. La media si è mossa di poco. Le due code si sono mosse moltissimo.

Questo spiega perché due frasi che sembrano opposte possono essere entrambe corrette. «Il caldo intenso è sempre esistito» è vero: la coda destra della campana c'era anche nel 1952. «Non era mai successo» è vero a sua volta, se ci si riferisce a quanti giorni caldi si accumulano in un'estate, o a quante notti di fila non si scende sotto i venti gradi.

E vale nell'altro verso. Spostando la campana a destra la coda fredda si assottiglia, ma non sparisce: gli inverni gelidi restano possibili, semplicemente diventano più rari. Un gennaio rigido non smentisce niente, esattamente come un luglio torrido, da solo, non dimostra niente. Il clima è la forma della campana, non il singolo giorno.

Misura

Che cos'è esattamente un grado

Ad agosto sono circolati due numeri: 48 gradi in una stazione ferroviaria a Napoli e 62 gradi sull'asfalto. Nessuno dei due è una temperatura dell'aria.

Una misura confrontabile con le altre segue regole rigide. Il sensore sta a due metri da terra, dentro una schermatura bianca e ventilata — la capannina — che lo protegge dal sole diretto e dall'irraggiamento del suolo. Sotto ci deve essere erba, non cemento, e attorno spazio libero. Chi misura diversamente misura un'altra cosa: legittima, magari interessante, ma non paragonabile alle serie storiche né alle previsioni.

L'asfalto a mezzogiorno arriva davvero a sessanta gradi, ed è un dato che dice qualcosa di vero sulle città. Ma se lo si mette in un titolo accanto ai gradi delle previsioni, si costruisce un confronto falso. Stessa cosa per la temperatura percepita, che non è una misura ma un indice calcolato combinando calore e umidità: utile per la salute, inservibile per dire «record».

L'isola di calore. Che a Prato conta

In una città densa il calore accumulato di giorno da asfalto, muri e coperture viene restituito di notte. Il risultato è che le minime urbane restano più alte di quelle della campagna vicina, anche di tre o quattro gradi. È il motivo per cui le notti tropicali si moltiplicano più in fretta delle giornate roventi, ed è anche il motivo per cui due stazioni distanti pochi chilometri possono raccontare estati diverse.

Regola pratica

Un valore senza il nome della stazione che l'ha misurato non è un dato: è un aneddoto. Vale per il termometro della farmacia, per quello del cruscotto e per lo screenshot che arriva in redazione.

Parola contesa

«Tropicalizzazione»

È la parola che tutti usano, e su cui vale la pena andare piano.

Un clima tropicale, in senso tecnico, ha due caratteristiche: una escursione termica annua piccola, perché il Sole cambia poco altezza durante l'anno, e piogge abbondanti e regolari. Nessuna delle due sta arrivando in Italia. Quando si classificano i climi italiani con i criteri di Köppen, il movimento documentato negli ultimi decenni va nella direzione opposta: dal mediterraneo con estate secca verso il semiarido di steppa, in Sardegna meridionale, in Sicilia e in parte della Puglia. Non tropicalizzazione: aridificazione.

Detto questo, la parola non è del tutto campata in aria e la usano anche persone serie, come scorciatoia per un insieme di cose che stanno effettivamente succedendo: mare molto più caldo, notti che non si raffrescano, piogge concentrate in episodi brevi e violenti, stagioni intermedie compresse. Il problema non è che sia falsa, è che è imprecisa in un modo che confonde. Chi la sente immagina l'Amazzonia; quello che ci aspetta somiglia molto di più a un Mediterraneo meridionale, più caldo e più secco.

Se serve una parola sola, «estremizzazione» dice quasi la stessa cosa senza far pensare alle palme.

Che cosa è documentato davvero

  • Le medie annuali toscane hanno fatto un salto di circa un grado dal 2022 in avanti, e gli anni più caldi della serie sono tutti recentissimi.
  • Le notti tropicali a Firenze crescono di circa tre all'anno ogni decennio e sono quasi triplicate confrontando il trentennio 1991-2020 con il 1961-1990.
  • Il Mediterraneo occidentale ha immagazzinato una quantità di energia senza precedenti nella serie: un mare più caldo alimenta i temporali con più calore e più umidità.
  • Le piogge totali non stanno crollando ovunque, ma si concentrano: più giorni asciutti e rovesci più intensi quando arrivano.

Che cosa invece va detto con cautela

Il conteggio degli eventi estremi segnalati in Italia è cresciuto molto negli ultimi quindici anni. Una parte di quella crescita è reale. Un'altra parte, però, dipende da quanti occhi ci sono: gli archivi europei di eventi severi non sono omogenei nel tempo, perché radar migliori, smartphone in ogni tasca e reti di osservatori volontari fanno emergere episodi che prima nessuno registrava. Chi gestisce quegli archivi lo scrive apertamente, e invita a non leggere i totali annuali come una serie climatica. Gli studi che hanno provato a separare le due cose trovano segnali diversi a seconda del fenomeno: le segnalazioni di vento forte crescono con continuità, quelle di grandine e trombe d'aria si sono stabilizzate.

Non è una smentita, è una precisazione. Serve a evitare la scorciatoia più comune, cioè dedurre il clima dal numero di articoli di cronaca.

L'altra metà

Le stesse parole d'inverno

Il ciclo della terminologia esotica non si ferma a settembre. Cambia solo di segno.

Da novembre in poi tornano vortice polare, stratwarming, split, displacement, burian. Sono termini legittimi che descrivono cose reali: il vortice polare è la cintura di venti che gira attorno al Polo, e quando la stratosfera artica si riscalda bruscamente quella cintura può indebolirsi o spezzarsi, aprendo la strada all'aria fredda verso sud.

Il problema è lo stesso dell'estate: fra il segnale in stratosfera e la neve in pianura ci sono settimane di incertezza e una catena di passaggi che spesso non si completa. Un vortice polare debole a novembre non è una previsione di gelo, è un'ipotesi di lavoro. Titolarci sopra a dicembre è l'equivalente invernale del bollettino allarmato di luglio.

Freddo da tenere a mente

Il riscaldamento globale non abolisce le ondate di freddo, le rende meno frequenti e meno intense in media. Il minimo assoluto di Prato è ancora quello del gennaio 1985, e non c'è nessuna ragione fisica per cui non possa arrivare un inverno duro. Sarà solo più raro di prima.

I nomi degli anticicloni: una questione di marketing

I nomi mitologici delle ondate di calore sono un'iniziativa di un portale meteo privato, adottata dal 2012 e ripresa dai giornali. Non c'è nessun ente che li assegni ufficialmente, e l'Organizzazione meteorologica mondiale è contraria alla pratica di battezzare le ondate di calore. Se compaiono in un lancio d'agenzia, si possono citare come tali, ma non presentati come denominazione ufficiale.