Malato di Sla resta 11 ore su una lettiga perché all’ospedale mancano posti letto

Lasciato 11 ore su una lettiga del pronto soccorso perché non c’erano posti letto disponibili. E’ la denuncia di quanto accaduto al Santo Stefano il 15 novembre, contenuta in una lettera inviata da Chiara Gori, figlia dell’uomo di 76 anni vittima della vicenda.
“Mio padre è affetto da Sla, malattia che nel corso di sette anni lo ha reso progressivamente prigioniero del proprio corpo, non autosufficiente e costretto ad affidarsi alle cure e alle premure di chi lo circonda – scrive – Un malato di Sla, purtroppo, pur avendo questa grave patologia, non è immune da tutte le altre malattie infettive più comuni. Pertanto può accadere che abbia bisogno di immediate cure per il sopraggiungere di una “banale” bronco polmonite con pleurite, come nel caso specifico è successo a mio padre pochi giorni fa.
Purtroppo il 15 novembre alle 6 circa di mattina mio padre è stato trasportato con l’ambulanza del 118 al pronto soccorso dell’ospedale Santo Stefano di Prato, per un forte dolore toracico al lato sinistro, all’altezza del cuore, accompagnato da nausea. Una volta scongiurato prontamente che non si trattasse di un problema cardiaco, mio padre è stato in attesa per 11 interminabili ore prima di ricevere cure appropriate per un’infezione polmonare. Le ore sono trascorse nei locali adiacenti al pronto soccorso, su una lettiga.
Quest’attesa gli ha procurato inutili dolori fisici e ha reso la sua permanenza un calvario fatto di lacrime e lamenti estenuanti. Mi preme sottolineare che in tutta questa situazione, sia i medici che il personale infermieristico che si sono occupati di lui, sono stati presenti professionali e disponibili, ma che la problematica, riguardante la mancata disponibilità di posti letto , era indipendente dalla loro volontà di trasferirlo nel reparto più indicato alle sue necessità.
Mio padre ha ricevuto le prime cure e una sistemazione dignitosa alle ore 17 circa, quando è stato spostato nel reparto di medicina seconda dell’ospedale stesso, dove tengo a sottolineare che viene attualmente seguito nella maniera piu’ minuziosa da persone splendide , partendo dal primario e passando a tutti i medici e gli infermieri che si occupano dell’intero reparto.
Chiedo come si possa definire un paese civile, quello in cui non c’è una cura e un’attenzione particolare per tutti i malati ma in particolare per chi già soffre per una grave patologia e non esista un protocollo specifico che garantisca ai malati di Sla di non subire tutto questo”.

Il presidente della commissione regionale sanità, Stefano Mugnai, ricevuta la notizia, ha annunciato indignato un’interrogazione che chiarisca la dinamica di quanto accaduto già per lunedì mattina alla riapertura degli uffici: “Quanto accaduto a questo signore e ai suoi familiari è inaccettabile sotto ogni profilo: umano, etico, politico, sanitario. Il racconto di questa figlia restituisce strazio e impotenza che purtroppo non rappresentano un caso isolato. Che l’ospedale di Prato sia nato sottodimensionato è ormai noto a tutti, e le promesse di ampliamento finora sono rimaste tali. Sospettiamo che sarà così a lungo, poiché la sanità regionale disegnata dalla riforma del 2015 non va nel senso dell’implementazione dell’offerta sanitaria: l’opposto”.
Ma qualcosa, in attesa di bandi gare e cantieri, secondo Mugnai si può ben fare: “Chiediamo che si definiscano protocolli di accesso specifici per i malati già resi fragili da altre patologie – spiega – i quali non possono sostenere gli stessi percorsi di tutti gli altri. Anche in assenza di acuzie, queste persone sono già da considerarsi acute in sé per sé e chi opera il triage deve poter avere uno strumento per indirizzarli in una sorta di corsia preferenziale. Questo possiamo e dobbiamo farlo. Altrimenti la signora Chiara ha ragione: questa sanità modello toscano che si dimentica dei più fragili non è da paese civile”.

1 Commento

  1. Il Sig. Mungai invece di indignarsi per questo episodio, si indigni con chi ha concepito questo “cesso” evidentemente insufficiente per la popolazione del territorio fin dall’inizio, spacciandolo oltretutto per un traguardo lusinghiero. Si abbia il coraggio di chiamare in causa i vari politici coinvolti in questa sciagurata scelta e li si metta di fronte alle proprie responsabilita’invece di invocare protocolli inutili che obbligano il personale sanitario a lavorare con il guinzaglio; personale sanitario che pur sottodimensionato è in prima linea a dannarsi l’anima per riparare le malefatte di questi soloni dal protocollo facile! Cari politici che ci volete spacciare per una conquista l’ampliamento del nuovo ospedale quando è invece l’ammissione implicita di un fallimento, vergognatevi e basta invece di fingere di indignarvi!

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