Indagine Cna, Bettazzi: “Una impresa su 3 verso la chiusura. Tra le priorità: calcolare i ristori sulla base della perdita di fatturato e non dei codici Ateco”

A Prato e Pistoia imprese allo stremo dopo la prima e seconda ondata Covid 19. A denunciare un futuro sempre più incerto e a rischio chiusura sono state le oltre 300 imprese che hanno risposto in pochi giorni all’ultima indagine online lanciata da CNA Toscana Centro “Quanto pesa la crisi sulla tua azienda”.

Come sottolinea il Presidente Claudio Bettazzi “abbiamo voluto monitorare l’impatto sulle aziende della crisi economica legata a questo tsunami pandemico dal quale la Toscana sarà una delle ultime regioni ad uscire. E in questo momento, appare quasi un miraggio parlare di ripartenza delle piccole e media imprese che hanno tra 1 e 4 dipendenti (il 52% del campione) o in cui lavora solo il titolare (25% del campione)”.

I dati della ricerca 

Nella prima ondata pandemica, spiega infatti il presidente Bettazzi “il 68% ha dovuto sospendere l’attività (contro un 32% che l’ha proseguita e un 1% che ha riconvertito la produzione) ma se andiamo a verificare la situazione attuale, a fronte della seconda ondata e con le nuove misure restrittive, emerge che un preoccupante 30% dichiara di avere ancora l’azienda chiusa o in attività ridotta.
Quindi 1 impresa su 3 non sta lavorando, o lavora in maniera ridotta. Non solo.
Malgrado il 48% di imprenditori abbia fatto ricorso a una o più misure di sostegno previste dal Governo, il 52% delle aziende intervistate dichiara che non riuscirà a far fronte al pagamento di tasse, contributi e salari dei dipendenti nei prossimi mesi e il 59% continuerà a ricorrere agli ammortizzatori sociali per mantenere i posti di lavoro.
Se poi analizziamo lo stato di liquidità, l’effetto di questo doppio colpo alle imprese è stato particolarmente drammatico visto che, ad oggi, il 27%  del campione ha perso oltre il 50% del fatturato, contro un 22% che segnala diminuzioni tra il 30 e il 50% e un 18% che si attesta su perdite tra il 15 e il 30%. Eppure tra coloro che hanno potuto riaprire l’azienda, in toto o parzialmente, la maggioranza ha messo in atto strategie specifiche per resistere a questa crisi. Come? Il 24% ha ridotto o bloccato gli investimenti, il 30% ha rimodulato mutui e finanziamenti e ampliato i metodi di fornitura di prodotti e servizi, l’8% ha modificato i canali di vendita (prediligendo le vendite online) e solo il 10% è ricorso alla riduzione del personale.
Peccato però che tutte queste azioni non abbiano dato l’effetto sperato, visto che alla domanda su quali effetti diretti dell’emergenza si stiano vivendo oggi nelle aziende  emerge che un preoccupante 30% prevede rischi di sostenibilità dell’impresa,  il 22% è alle prese con insoluti, rinvio dei pagamenti e annullamento degli ordini, il 12% segnala l’arresto parziale o totale della produzione e il 6% preannuncia la chiusura della propria attività.

 

Le richieste di Cna
“Se questi dati dovessero confermarsi è evidente che il futuro della nostra economia è davvero e rischio” prosegue Bettazzi “e CNA ha ben chiare le azioni che servono per contrastare questo tsunami, e si sta battendo a tutti i livelli per ottenere interventi in grado di aiutare le imprese a risollevarsi.
Innanzitutto per supportare davvero il sistema economico, sul fronte dei ristori è necessario che il Governo superi i codici Ateco ma prenda a riferimento solo il criterio del calo dei fatturati che rappresenta l’unico requisito realistico per quantificare le perdite delle aziende. Inoltre, sul tema del lavoro, è positivo il rifinanziamento della Cig, ma non vanno ripetuti i gravi ritardi nel trasferimento delle risorse al Fondo bilaterale dell’artigianato come è accaduto fino ad ora. Inoltre un elemento fondamentale di rilancio per molti settori può provenire dal Superbonus 110%, a condizione che venga prorogato almeno fino al 2023 e l’agevolazione sia estesa anche ai capannoni delle attività produttive.
Detto questo, è chiaro che il prossimo anno sarà drammatico per le imprese, e il rinvio di tasse e scadenze serve a poco, bisogna cancellarle, così come è prioritario allargare le detrazioni sul lavoro dipendente a tutta la platea del lavoro autonomo, altrimenti non ci rialzeremo. Tra gli elementi positivi registriamo invece la proroga della moratoria e il potenziamento del Fondo di garanzia, ma sul tema dell’accesso al credito c’è la fortissima preoccupazione per gli effetti di alcune regole europee decise molto prima della pandemia sulle quali CNA ha già chiesto un intervento del Governo presso le istituzioni europee per sospendere le norme comunitarie sul calendar provisioning e cancellare le nuove definizioni di default. Infine, sul tema delle risorse in arrivo dal Recovery Fund, riteniamo fondamentale che le Regioni, di concerto con i Comuni abbiano il coraggio di sostenere investimenti e opere che trasformino l’economia territoriale e investano molto di più di quanto fatto fino ad oggi sulle filiere strategiche, sulla valorizzazione dei distretti e sui cluster territoriali.
Queste nuove risorse infatti sono l’unica speranza perché la Toscana – e l’Italia tutta – possa giocarsi l’opportunità di rialzarsi da questa pesantissima recessione che è forse la peggiore dal dopoguerra. Ma non servono tempi biblici, le misure devono essere immediate e urgenti e devono arrivare subito alle imprese, non solo per salvare il tessuto economico locale ma anche per evitare un disastro sociale che vediamo, purtroppo, sempre più probabile”.

Il campione dell’indagine 

In soli 5 giorni sono oltre 300 le risposte pervenute da imprese che rappresentano il vero cuore del Paese, tant’è che il 90% del campione rientra in un range da 0 a 9 addetti, vale a dire l’ossatura su cui si regge l’economia nazionale. Come tipologia, le imprese intervistate operano nella produzione (11%), servizi alle persone e imprese (10%), installazione (11%), moda e abbigliamento (12%), costruzioni (9%), autoriparatori (8%), agroalimentare (9%), trasporto merci (5%), trasporto persone (3%), e altri settori (22%).

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