Giorno della memoria, medaglia d’onore a due militari pratesi deportati VIDEO

Salvatore Marinelli e Bruno Corsi, uno un finanziere, l’altro un artigliere. Entrambi deportati dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943. Uno è riuscito a tornare a casa, l’altro è morto in un campo di lavoro in Germania. In occasione della Giornata della memoria, che ricorda l’apertura dei cancello di Auschwitz da parte delle Forze alleate 76 anni fa, a questi due cittadini è stata consegnata una medaglia d’onore in prefettura. A ritirare i riconoscimenti, il figlio di Salvatore, Franco Marinelli, e la pronipote di Bruno Corsi, Maria Serena Quercioli, che la scorsa estate è riuscita a riportare a Carmignano le spoglie dello zio, che si trovavano ancora in Germania:

 

 

Hanno partecipato alla cerimonia di consegna – partecipata in diretta dagli istituti scolastici del territorio – il sindaco di Prato Matteo Biffoni, il presidente della provincia Francesco Puggelli e il prefetto Adriana Cogode, che a pochi giorni dalla ricorrenza della Giornata contro il cyberbullismo, ha messo in guardia contro le nuove forme di violenza che vengono “perpetrate da pochi nell’indifferenza di molti”.
Le celebrazioni del Giorno della memoria sono iniziate, nel comune di Prato, già nella mattina con la deposizione di una corona d’alloro alla stele dedicata ai deportati in piazza Santa Maria delle Carceri. Nel pomeriggio, per non dimenticare, anche nel contesto dell’emergenza sanitaria, i comuni di Prato e Montemurlo hanno promosso un consiglio comunale straordinario online insieme agli altri comuni della provincia, con la partecipazione della Fondazione CDSE e del Museo della Deportazione di Figline, oltre che del presidente della Regione Eugenio Giani e della consigliera regionale Ilaria Bugetti.  Il confronto è stato aperto dalla presidente del Consiglio comunale di Montemurlo Federica Palanghi e dal vicepresidente del Consiglio pratese Giacomo Sbolgi, partendo dalla deportazione, una tragedia che ha pesantemente colpito anche il nostro territorio in seguito agli scioperi del 7 marzo 1944 – la Toscana ebbe comunque il primato dei deportati politici – con la cattura da parte delle truppe fasciste e naziste di centinaia di operai spediti nei campi di lavoro tedeschi. Arrivarono a Mathausen, Ebensee ed altri campi l’11 marzo 1944. Tornarono a casa in pochissimi. All’epoca, come ha spiegato Lisa Ciardi del Museo della Deportazione di Figline, Prato aveva un indice di industrializzazione triplo rispetto alla media nazionale e contava poco meno di un centinaio di grandi aziende in cui lavoravano 5.500 addetti. Intorno a questo nucleo vi era un vivace mondo fatto di associazionismo e organizzazioni che portavano avanti idee progressiste e di coscienza di classe. Alla seduta ha partecipato anche Aurora Castellani, presidente del Museo della Deportazione e della Resistenza, che ha sottolineato che il Museo ha simbolicamente riaperto i battenti proprio oggi, facendo registrare il tutto esaurito.

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